cms.istituto-faravelli.itMa giunge il momento del congedo. Lascio le mie classi offrendo a ciascuna di esse, nei giorni finali dell’anno, un piccolo rinfresco; e saluto i colleghi con un rinfresco obbligatoriamente più ricco l’ultimissimo giorno. Le parole, come si sa, possono essere troppe. Quelle che mi sembrano le più riuscite (anche se già in parte utilizzate in occasione di alcune cene con i maturandi) le pronuncio la sera del 10 giugno, durante una pausa del concerto che gli studenti hanno organizzato nell’auditorium:

“Da tanti anni la mia esistenza è intrecciata con la realtà della scuola, e di questo piccolo liceo in particolare. Ma il tempo è trascorso e fatalmente è giunto il momento in cui devo congedarmi. Vi prego dunque, ascoltatemi per l’ultima volta …

Per salutarvi nel modo a me più congeniale, prendo in prestito le parole che Prospero, il principe mago, pronuncia, rivolto agli spettatori, nell’epilogo di quella bella favola che è la Tempesta di Shakespeare. Prospero ha provocato un naufragio e ha costretto ad approdare sulla sua isola incantata tutti i personaggi del suo passato, pensando anche di vendicarsi dei torti che qualcuno gli ha fatto. Alla fine sceglie di perdonare e depone la bacchetta magica, chiudendo la rappresentazione, pressappoco così :

DSCN1706Ora i miei incanti sono tutti spezzati, e la forza che mi ritrovo è mia soltanto, e forse troppo debole. Ma tutto è ormai finito, devo rinunciare alla magia … Ora voi potete confinarmi qui, nella piccola isola delle cose dimenticate, oppure, se vorrete, accogliermi nel vostro cuore. Il cerchio si chiude: io ricomincerò con altri compiti, mentre voi, liberi, con le vostre forze, affronterete ogni restante ostacolo, a gloria vostra, e mia in minuscola parte … lo ripeto: non ho più spiriti ai quali comandare, né arte per comporre i miei incantesimi. La mia uscita di scena sarà triste, a meno che non sia soccorso da una vostra preghiera, tanto commovente da vincere il cielo e liberarmi da tutte le angosce e mancanze. Come voi dunque vorreste essere perdonati per gli errori commessi, fate che anch’io sia affrancato dai miei per la vostra indulgenza.

Avrei potuto fare meglio, e di più. Un po’ le circostanze, un po’ le mie insufficienze, non lo hanno consentito, e in ogni caso non ne ho più il tempo. Ma ho cercato di fare del mio meglio, e per questo, al di là di un normale pizzico di malinconia, mi sento abbastanza soddisfatto. A tutti i miei carissimi studenti, di oggi e di ieri, raccomando di impiegare il tempo loro donato per cimentarsi, sempre e soltanto, in cose belle e buone: solo così un giorno potranno essere autenticamente soddisfatti di sé. Qualcuno potrebbe dire: parole, sempre e solo parole … ma io ci credo nella forza delle parole. Il mio lavoro è consistito proprio nell’insegnare il valore delle parole. Non so e non ho altro. Giudicate voi se dietro alle mie parole c’era il vuoto, oppure qualcosa degno di essere custodito.  Passando da Shakespeare ad Ariosto (un altro mago della parola), concluderò dicendovi quello che lui disse al suo alunno e signore, il cardinale Ippolito:

Né che poco io vi dia da imputar sono,

che’ quanto io posso dar, tutto vi dono”

 

Splendida sorpresa mi viene fatta subito dopo, quando Carlo, Michele e  Federica prendono a cantare, sull’aria di Uno su mille ce la fa, il testo seguente:

 

Se prendi un quattro, non mollare mai,

se ti diranno io ti boccio, non ci credere,

perché da anni ormai si sa …

il grande Civa arriverà,

a recitarti un bel poema

o a buttarti in scena!

Questa cosa solo lui la fa

e ti fa pure divertire,

bada bene che però

non lo devi contraddire!

 

Crederà sempre in te,

sempre ti sosterrà:

e a Parigi ti porterà …

per imparare la recitazione,

e migliorare l’esibizione!

Il suo desiderio però

è andare a Siracusa,

nel teatro greco recitar

ispirato da una musa:

e per riuscire inventerà qualsiasi scusa!

 

Il nostro Civa ce la fa,

sempre col tirso in mano

ci porterà lontano …

 

Alla fine, Carlo mi abbraccia e mi sussurra: “Le voglio bene, prof!”. Ma tutti gli studenti di quarta mi abbracciano, uno per uno; ed anche quelli delle altre classi: Andrea, che ha fatto il presentatore, si lascia sfuggire una carezza che mi sfiora la guancia; mi abbracciano Francesca e sua madre; Giulia  è letteralmente in lacrime, commossa dalle parole del mago Prospero …  infine, Carlo e compagni mi invitano a cena, all’Albergo Italia, per la sera di lunedì 13: qui mi faranno vari regali (tra cui una pregevole stampa raffigurante una scena bacchica), accompagnati da elegante pergamena:

Con grande affetto e profonda stima e gratitudine, ringraziamo il nostro ineguagliabile Professor Bruno Civardi, per averci sapientemente insegnato, con passione e dedizione, la letteratura italiana e latina, dandoci anche l’opportunità attraverso il teatro di arricchire le nostre conoscenze.

 

learning-weekSegue una bella citazione di Seneca su ciò che il tempo non può cancellare, e le loro diciannove firme. Ma anche altre classi, o altri gruppi, mi hanno fatto regali (la “Chicca” ed alcune ragazze di 3A, per esempio, mi hanno donato una simpatica maglietta da indossare questa estate), mi hanno scritto biglietti e soprattutto mi han dato testimonianza di sincero affetto. Mi piace rileggere almeno le parole con le quale Giulia Maria ha accompagnato il suo personale dono, il libro Dante e la Matematica:

“Salve, prof! Ora che siamo arrivati alla fine di un cammino durato quattro anni, è necessario che le dica quanta importanza Lei ha avuto nella mia vita, come professore e come formatore. Fino a quest’anno avevo un rapporto piuttosto conflittuale con me stessa, con le tante domande che mi ponevo, con il mio carattere, con tutto. Poi ho incominciato a capire, a mettere insieme tante tessere, che  altro non erano altro se non i miei pensieri, e le tante, tentissime conoscenze che Lei mi ha dato in questi anni.

Ho capito questo da poco, al culmine di una discussione tra me e me stessa: da molto mi chiedo quale sia il giusto rapporto fra ragione e fede o, più estesamente, tra ragione e sentimento … e penso di aver trovato una spiegazione, più che una risposta definitiva: penso di avere capito quello che Lei ha cercato di trasmetterci con Il re e il dio, il dramma del valico del giusto limite, l’errore che l’uomo compie eccedendo, nella ragione o nella fede,  scadendo in un realismo  schiacciante o in una astrattezza inconcludente. Certo Euripide ha raccontato tutto in toni molto più forti e drammatici, ma proprio grazie alla esagerazione teatrale ho potuto comprendere appieno. Non è una vera risposta, ne sono consapevole, ma è una presa di coscienza, ed è già molto più di quello che speravo di poter trovare.

Pensando a questo, ho ripreso in considerazione molto di ciò che ci ha spiegato, dai testi scolastici ai libri che ci aveva consigliato negli anni precedenti, e ne ho capito l’importanza solo ora. Negli autori (dai classici, come Catullo, ai grandi moderni, come Goethe) ho trovato qualcuno con cui confrontarmi, qualcuno che esprimesse a parole quello che io non riuscivo a dire, qualcuno un po’ come me … ed è stato un sollievo, una gran liberazione sapere che i miei stessi pensieri erano già stati pensati da qualcuno, che aveva provato le mie stesse emozioni e le aveva affrontate.

E poi non posso che ringraziarla perché, se non fosse stato per Lei, per la possibilità che ci ha dato di fare quel viaggio a Parigi, la mia vita negli ultimi sette mesi sarebbe stata di certo più noiosa ed anche in un certo senso vuota. Non vorrei scadere nel retorico, ma io penso e anzi sento davvero che Lei è stato per me, oltre che un fantastico insegnante, un grande educatore e se, come si dice, il compito di un insegnante è quello di istruire e di formare, beh, Lei ci è riuscito veramente benissimo, e io non posso che esserle grata.

Con affetto, Giulia

P.S. Alcuni incanti non si spezzano mai, e alcuni maghi restano tali per sempre!”

Chiedo perdono per quel filo di vanità che il riportare queste cose comporta. Non è autocompiacimento: sono la moneta con cui i professori vengono ricompensati e liquidati.