Teatro

7 aprile 2012
 

Il sangue della Madre

Maschera Erinni 1

 

“Me ne andrò supplice … errante ancora, esule dalla mia terra, lontano da ogni pace

sono alcune delle ultime parole pronunciate da Oreste nel dramma IL SANGUE DELLA MADRE, ispirato alle Coefore di Eschilo (Atene, 458 a. C.), prima che la follia lo avvolga, presentandosi dinnanzi a lui con l’orrenda visione delle Erinni, le demoniache figure che perseguitano il matricida.
Ci troviamo alle radici antropologiche e sociali del tema della pace. Oreste è il figlio di Agamennone, il potente sovrano di Argo e Micene; era ancora un fanciullo quando sua madre Clitennestra e l’amante di lei, Egisto, gli avevano ucciso il padre, appena tornato vincitore dalla guerra di Troia; ora è un uomo, ed ha appena compiuto ciò che riteneva proprio dovere, ammazzando a sua volta entrambi i colpevoli.
La giustizia, arcaicamente intesa come vendetta, pretende che il sangue sia lavato col sangue … ma per fare questo Oreste ha dovuto uccidere sua madre, ed è caduto preda dei rimorsi più atroci, che il mito rappresenta incarnati nelle Erinni. Già prima egli era lacerato dal conflitto tra le due esigenze, ed ora tale conflitto lo travolge: quando e dove troverà mai la pace?
Ma nella vicenda che Eschilo mise in scena (in tre drammi consecutivi: Agamennone, Coefore, Eumenidi, col titolo complessivo di “Orestea”) c’è anche l’aspetto sociale e politico del problema. Come può sopravvivere la città, ovvero una qualsiasi comunità umana, se le vendette (individuali o familiari che siano) la straziano di continuo in una sequenza senza fine?  Nel terzo dramma, Oreste trova rifugio ad Atene e si sottopone al giudizio del tribunale cittadino (il celebre Areopàgo), la cui sentenza lo assolverà, a patto che cessino per sempre le vendette private e che i diritti delle madri siano comunque riconosciuti. Le Erinni, placate, si mutano allora in Eumenidi (“benefattrici”) …
 
Il discorso sarebbe lungo e complesso; basterà dire che la pace, quella dell’individuo come quella della polis, è la ragione segreta e la meta ultima che muove sia l’opera di Eschilo nel suo complesso sia la presente, parziale, rivisitazione.
Continua il tradizionale lavoro di rivisitazione del mito e della drammaturgia classica con il Gruppo guidato dal prof. Bruno Civardi, che si avvale delle coreografie della prof.ssa Nicoletta Vercesi, delle musiche di Giangiacomo Pinardi e dei raffinati oggetti scenici di Domenico Pinardi. Le luci saranno affidate al bravo Andrea Tisato. L’impegno è stato quello di mettere in scena, ispirandosi alle “Coèfore” di Eschilo (Atene, 458 a. C.), uno spettacolo drammatico e di forte impatto emotivo, dal titolo eloquente: IL SANGUE DELLA MADRE. E’ infatti il dramma di Oreste, uomo del conflitto. Obbediente al dio, che gli impone di vendicare il padre Agamennone, tradito e assassinato da Clitennestra e da Egisto, sente crescere dentro di sè irrefrenabile l’orrore per il matricidio che è chiamato a compiere. E le demoniche Erinni, nelle quali si trasfigurano le fedeli ancelle e la stessa sua sorella Elettra, altro non sono che incubi emersi dalla sua lacerata coscienza.
Al dramma “serio”, segue un rapido e comico corto (IL RIPENSAMENTO), che ci conferma tuttavia la rivolta del femminile.

 

VENERDI’ 4 MAGGIO, ore 21  

Teatro Sociale – Stradella

VENERDI’ 11 MAGGIO, ore 21  

Teatro Fraschini – Pavia

Venite! “Solo la tragedia libera in noi il senso del sublime …” (Kant)

 

 

ORESTE                     Simone Carli (5A)

PILADE                     Iacopo Pelizza (5A)

ELETTRA                  Caterina Pietra (4A)

CLITENNESTRA       Giulia Maria Brega (5A)

EGISTO                      Daniele Gatti (5C)

LA NUTRICE             Chiara Valenti (1BS)

IL CUSTODE             Emanuele Casali (4A)

1° SERVO                  Valerio Travini (2C)

2° SERVO                  Alberto Salvaneschi (2C)

CORO:

Anna Filipponi (Corifea, 4B)

Anna Bradaska (1B)

Arianna Credi (3A)

Marianna Cuomo (1A)

Beatrice Nevelli (1A)

Giada Pettenati (1A)

 

 

 

INTRODUZIONE

Il personaggio di Egisto parla al pubblico, presentando se stesso e i retroscena (dal mito dei Tantalidi all’assassinio di Agamennone) della vicenda che si sta per rappresentare.

PROLOGO

Oreste e Pilade giungono alla tomba di Agamennone, in Argo. Oreste riconosce la sorella maggiore, Elettra, a capo di un corteo di ancelle, che portano offerte alla tomba (coèfore). I due giovani si nascondono, per udire non visti le parole dette dalle donne.

PARODO

Canto delle coèfore, che già accenna ai vari temi del dramma.

PRIMO EPISODIO

Dalle parole di Elettra e del Coro si comprende che le offerte sono state mandate da Clitennestra, atterrita da un sogno premonitore, con la tardiva intenzione di placare l’ombra del marito ucciso. Elettra non sa quale preghiera rivolgere al padre: ma la Corifea, senza mezzi termini, la esorta a rigettare la supplica sacrilega della madre, e a pregare Agamennone di mandare Oreste, perché compia la necessaria vendetta, uccidendo la regina e l’amante Egisto. Elettra vede un ricciolo di capelli lasciato come offerta e si dice sicura che sia di Oreste. A questo punto, Oreste si fa avanti: vinta una breve diffidenza, Elettra lo abbraccia e gli dice che lui sarà da quel momento il suo nuovo padre. I due fratelli, accompagnati dal Coro, rivolgono al defunto genitore una lunga ed intensa lamentazione funebre; infine Oreste, dopo avere ricordato le terribili esortazioni alla vendetta ricevute da Apollo delfico, con la complicità delle coèfore organizza un inganno ai danni di Clitennestra ed Egisto.

PRIMO STASIMO

Il Coro invoca la vendetta come sola forma possibile di riparazione del delitto e ricorda altre celebri donne colpevoli di folli violazioni dei più sacri legami di sangue.

SECONDO EPISODIO

Oreste e Pilade, camuffati da mercanti e accompagnati da due Servi carichi di mercanzie, bussano alla porta della reggia. Si presenta un Custode, che chiama Clitennestra. Oreste comunica a sua madre (che non lo ha riconosciuto) di essere stato incaricato da un certo Strofio focese, presso il quale Oreste era ospite, di annunciare in Argo la morte del povero giovane. Clitennestra si dice afflitta, ma accoglie comunque gli stranieri con formale cortesia. Poco dopo, il Coro vede uscire dal palazzo l’anziana nutrice di Oreste, Cilissa, mandata dalla regina a chiamare Egisto; la Corifea la convince a riferire a costui l’invito a venire alla reggia al più presto, senza scorta, per informazioni urgenti e delicate. Cilissa acconsente, intuendo che sta per accadere qualcosa.

SECONDO STASIMO

Il Coro rinnova l’invocazione alla vendetta come unica Giustizia possibile, e prega Apollo ed Ermes di assistere il giovane principe, che si accinge a farsi giustiziere dei tiranni e restauratore della libertà.

TERZO EPISODIO

Benché sospettoso, Egisto cede al desiderio di informarsi direttamente dagli stranieri se è vero quello che si dice: che Oreste è morto. Anche le coèfore lo esortano a entrare nella reggia, dove subito viene assalito e ucciso. Il Custode esce a chiamare aiuto: accorre Clitennestra, alla quale l’uomo, fuggendo, grida che “i morti uccidono i vivi”. La regina ha compreso l’inganno di suo figlio, ma è decisa a combattere e chiede, invano, una scure. Giunge Oreste, che trascina la madre presso la tomba di Agamennone, per ucciderla; qui ha un attimo di esitazione, ma Pilade gli ricorda la volontà inflessibile degli Dei. Oreste trafigge sua madre, che lo maledice.

TERZO STASIMO

Il Coro invita a gioire per la ritrovata libertà e perché Giustizia ha trionfato. A Oreste, se mai sarà posto a giudizio, ricorda che deve dichiararsi “figlio solo di padre”.

ESODO

Oreste fa venire i Servi, che recano il peplo sporco di sangue in cui Agamennone fu avvolto ed immobilizzato a tradimento, per poi essere ucciso. Dichiara quindi al Coro di prevedere per sé un altro destino di esilio e dolore. Infatti Elettra, uscita intanto dalla reggia, e le coèfore, fino a quel momento alleate e complici di Oreste, si mutano in un coro di mostruose Erinni, che accusano il principe di avere offeso una legge inviolabile, antica e sacra come la stessa Terra. Bersagliato dai rimorsi e tormentato da orrende visioni, Oreste fugge, subito inseguito dalle “cagne rabbiose della madre”. Pilade si domanda quando e dove potrà mai cessare la sventura della casa degli Atridi.

CONCLUSIONE

Sulla scena sono rimasti solo i corpi di Clitennestra e di Egisto. Quest’ultimo si rialza e fa alzare Clitennestra, quindi viene sul proscenio a parlare. Accenna alla conclusione della vicenda, con l’assoluzione di Oreste davanti all’Areopàgo di Atene e la trasformazione delle Erinni, finalmente placate, in Eumenidi. Quindi annuncia di voler vestire i panni di Oreste nel “corto teatrale” a seguire, intitolato “Il ripensamento”.

IL RIPENSAMENTO

Si rivede la scena dell’uccisione di Clitennestra, ma con un finale ironico (già comunque accennato dai cambiamenti registici dell’esodo della tragedia): Elettra ci ripensa e, tirata fuori una pistola, vendica la madre ammazzando gli stupefatti personaggi di Pilade ed Oreste.

 

E’ possibile scaricare il testo integrale del dramma a questo indirizzo

 

 

“Solo dove c’è conflitto, c’è tragicità. Non appena il conflitto si risolve, il tragico scompare” (Goethe)

Oreste

Fedele e devoto alla divinità, eppure abbandonato alle Erinni, come un criminale abominevole … Oreste è l’uomo del conflitto: obbediente al dio, che gli impone di vendicare il padre tradito e assassinato, sente crescere dentro di sé l’orrore irrefrenabile per il matricidio che è chiamato a compiere, o che ha scelto di compiere. E le Erinni, nelle quali si trasfigurano le ancelle, che lo hanno atteso fedelmente per anni, e la stessa sorella Elettra, prima sue alleate, altro non sono che gli incubi emersi dalla sua lacerata coscienza.

Pilade

Egli vive tutto per Oreste, sempre in funzione di lui, “sempre al suo fianco” … per lui si farà voce del dio Apollo, richiamando con solenni parole l’incerto amico al duro dovere. Alla fine cercherà di assisterlo e consolarlo; ma dovrà prendere atto che qualcosa di troppo grande, di incomprensibile, si è abbattuto sulla casa sventurata degli Atridi.

Elettra

Appare in scena timida e incerta, velata come da un’ombra; è sospettosa e scontrosa con lo sconosciuto … poi, finalmente, felice: ma di una felicità incredula e ancora incapace di esprimersi veramente. Certo, vuole vendetta: ma a lei si addicono soprattutto il lutto e il dolore. Decisa a differenziarsi dalla madre, partecipa con intensità al compianto funebre per il genitore (che a lei manca ed è mancato particolarmente); poi rientra in casa e scompare. Il regista la farà uscire ancora alla fine, a pronunciare una sentenza che suona sibillina, e che precede la metamorfosi della infelice Elettra in Erinni.

Clitennestra

Personaggio di straordinaria grandezza e complessità. Scrisse Raffaele Cantarella, grecista illustre: “Sulla coralità complessiva dell’Orestea si leva, alta e sola, come il poeta l’ha concepita, Clitennestra: adultera e madre, dissimulatrice e superba, ambigua e feroce, tenera e beffarda, sempre combattiva … il sangue che ella ha versato la perseguita negli incubi … ella sa bene che cosa significhi il serpente partorito in sogno, che succhia dalla sua mammella latte e sangue; ma vorrebbe vivere: per questo manda le offerte al marito ucciso … eppure, quando le annunciano la morte di Oreste (liberazione per lei ed il suo amante) è sincera nel vedere con la morte del figlio la fine di tutto. Quando Oreste sta per trafiggerla, chiede pietà, ma non tanto per se stessa, ormai: ella rifiuta che il figlio infranga una legge di natura; l’istinto impersonale della madre si ribella in lei, e la spinge a mostrare al figlio il seno che lo nutrì …”

Egisto

Il rifacimento del testo gli ha dato uno spazio che altrimenti non avrebbe. Egli introduce e conclude il dramma, parlando agli spettatori dell’antefatto e dei successivi sviluppi della vicenda. Sempre in un tono fondamentalmente sarcastico. Quando compare davvero sulla scena si dimostra altezzoso, vanaglorioso e comunque sciocco, o cieco.

Nutrice (Cilissa)

E’ un esempio dell’importanza, anche per l’autore antico, delle piccole figure, di ceto sociale inferiore ai nobili protagonisti. Cilissa è rimasta innocente in una reggia corrotta; sa trovare parole di semplice, ma pura umanità; si commuove profondamente al ricordo delle tenere cure prodigate al “suo” piccolo Oreste; ed  è addolorata fino alle lacrime per la notizia della sua morte: “quelle lacrime che Clitennestra non ha versato per suo figlio” (A. Lesky).

Il Custode e i Servi

Sono comparse, che svolgono una funzione di contorno, comunque necessaria all’insieme. Vivono di pochi gesti, di una o due battute, dense tuttavia di significato. “I morti uccidono i vivi!” – grida il Custode della reggia alla sua padrona, prima di fuggire spaventato dalla furia inattesa dello straniero, annunciando, senza forse saperlo, il compimento di una profezia implacabile. “Vendetta e morte” sono appunto le merci che, con ironia invece consapevole, avevano dichiarato di introdurre nel palazzo i due falsi mercanti al seguito di Oreste e Pilade. Comparse dunque, ma che possono restare indelebili nella mente degli spettatori: anche a prescindere dalla farsa finale (Il ripensamento), in cui il regista ha trovato per loro uno spazio maggiore, in vesti differenti.

Il Coro

Il Coro partecipa a tutta l’azione drammatica, restandone tuttavia separato in uno “spazio” suo particolare (che nell’antico teatro greco era fisicamente determinato come orchestra, cerchio sacro a Dioniso, posto dinnanzi alla scena). La partecipazione del Coro agli eventi è in effetti più “spirituale” che materiale: dopo avere portato le offerte alla tomba di Agamennone e dopo aver partecipato alla funebre lamentazione insieme ad Elettra e Oreste, il Coro non interviene più, se non commentando ciò che vede o sente accadere. Il commento della vicenda è del resto la funzione essenziale del Coro, dove la sapienza greca (in questo caso l’etica della vendetta – giustizia) si esprime attraverso frasi sentenziose, parole martellanti, immagini forti e vive, pronunciate dalle varie voci femminili in cui il Coro si divide. Ciò avviene soprattutto negli stasimi, durante i quali alle parole si accompagnano musica, gesti e movimenti, con il risultato di una moltiplicazione dei significanti e quindi di un’amplificazione e  di un potenziamento dei significati.

All’interno del Coro, la Corifea (voce A) rappresenta il tramite fra il gruppo delle voci nel suo insieme ed i personaggi agenti, intervenendo più spesso nel dialogo e nell’azione degli episodi, con il suo concreto sostegno al piano di Oreste, di cui ella si fa complice attiva (mandando la Nutrice a chiamare Egisto e convincendo quest’ultimo ad entrare, solo, nel palazzo dove lo attende la morte).

La metamorfosi finale delle Coefore in Erinni, voluta dal regista, rilancia il ruolo del Coro con funzioni e simboli nuovi ed inattesi.

Il testo greco originale è stato liberamente tradotto, tenendo d’occhio come modello di riferimento la classica ed illustre versione dell’intera Orestea fatta da Manara Valgimigli (Sansoni, 1952). Sono stai operati alcuni interventi di semplificazione e riduzione, cercando comunque di lasciare l’impronta del linguaggio eschileo, con le sue ardite metafore e le caratteristiche immagini di potente capacità evocativa.

Gli interventi hanno riguardato soprattutto i brani corali.

Il testo della Pàrodo è stato ridotto a sette distici, di versi endecasillabi; i primi sei sono pronunciati ciascuno da una delle sei voci componenti il coro; il settimo e ultimo viene declamato da tutto il coro insieme:

Voce A (Corifea)           Sempre di pianti si nutre il mio cuore,
guance graffiate, strappate le vesti.
 
Voce B                        Ululo nella notte per la casa:
gemono i morti, chiedono vendetta.
 
Voce C                        Questo il responso di chi legge i segni:
e qui la Maledetta ora mi manda.
 
Voce D                        Regale maestà, con reverenza,
dei cittadini governavi i cuori …
 
Voce E                        Ora Giustizia è assente, ma vendetta
invoca il sangue tuo, colato a terra!
 
Voce F                         Non oso proferire le parole
dello scongiuro, che la donna chiede …
 
Insieme                        Lavare il sangue di sue mani impure
non potrebbero tutti i fiumi insieme.

Nel Primo Stàsimo si susseguono versi pronunciati da singole voci o da più voci insieme. I versi sono doppi, formati da due emistichi, separati da una cesura e costituiti da otto o novenari più senari o settenari. Si è cercato di costruire in tal modo una cadenza adatta a esprimere frasi sentenziose, di tipo gnomico e universale:

Voce B                        Molti la Terra produce / tremendi flagelli,

 

Voce C                        mostri immani riempiono / i seni del mare,

 

Voce D                        in alto, fra il cielo e la terra, / balenano fiamme.

 

Voce E                        Ma chi potrà dire dell’uomo / l’audacia arrogante?

 

Voce F                         E chi le violente passioni / di donna funesta?

 

Voce A (Corifea)           Quando passione d’amore / immane travolge,
Insieme le altre              si muta il cuore di donna / in cuore di belva!

 

Voce A                        Ci fu quella madre che spense / la vita del figlio,

 

Insieme le altre              bruciando il tizzone che a lui / misurava la vita.

 

Voce A                        Ci fu quella figlia che, per / favorire il nemico,

 

Insieme le altre              strappò a suo padre, nel sonno, / il capello fatale.

 

Voce A                        E qui è l’unione impudica / di cagna assassina,

 

Insieme le altre              che un re prode in guerra uccise / con subdoli inganni.

 

Voce A                        Già prossima al cuore, già pronta / a colpire è la spada,
acuta, diritta, per mano / di somma Giustizia.

 

Insieme le altre              Chi violi la legge di Zeus / resti a terra schiacciato!
Incudine salda è Giustizia, / e vi batte il Destino.

 

Analoga tipologia nel Secondo Stàsimo, dove i versi risultano formati dall’accostamento, tra loro, di ottonari o più spesso novenari, producendo una cadenza più ampia e solenne:

 

 

Voce A (Corifea)           Ogni parola che dico / è un grido: Giustizia! Giustizia!

Tu, Zeus, difendi Giustizia: / si compiano i voti dei giusti!

 

Insieme                        E lui, ch’è già dentro la casa, / rinsalda di forza, rinsalda!

 

Voce B                        Lui è un puledro, aggiogato / a un carro pesante di mali.

Tu, poni fine al suo corso: / è orfano d’uomo a Te caro.

 

Voce C                        Il sangue in antico versato / si lavi con sangue novello.

Ma tutto sia giusto: altri lutti / non sorgano dentro la casa.

 

Insieme                        E lui, ch’è già dentro la casa, / rinsalda di forza, rinsalda!

 

Voce D                        E tu, che la bocca profonda / di Delfo hai scelto a dimora,

fa’ che la casa riveda / la luce che splende serena!

 

Voce E                        Tu, figlio di Maia, che spesso / ignoti sentieri disveli,

sugli occhi ai nemici distendi / un velo di tenebra oscura!

 

Voce F                         E allora un libero canto / in Argo noi canteremo:

per la città la salvezza / e il bene per noi, finalmente!

 

Insieme                        E quando il momento sia giunto / di agire con cuore ben saldo,

invoca il soccorso del padre; / e a lei, che dirà tu, mio figlio …

No. Figlio io sono del padre / rispondi, del padre soltanto!

 

 

Nel Terzo Stàsimo prevalgono la concitazione e il grido. Ogni verso è costruito in modo differente dagli altri e possiede una sua specifica ritmica di sillabe e di pause:

 

Voce F                         Venne Giustizia infine, / contro la casa di Priamo …                  (8+8)

 

Voce E                        e venne alla casa / di re Agamennone / due volte un leone.       (6+6+6)

 

Voce A (Corifea)           Gioite, compagne: / è libera / la casa del re!                             (6+4+5)

 

Insieme                        E’ finito l’obbrobrio, è mutata Fortuna!                                     (7+7)

 

Voce D                        Amavano battersi all’ombra: e venne dall’ombra la pena.           (9+9)

 

Voce A (Corifea)           Gioite, compagne: / è libera / la casa del re!                             (6+4+5)

 

Insieme                        E’ finito l’obbrobrio, / è mutata Fortuna!                                               (7+7)

 

Voce C                        Apollo, l’Ambiguo, ordinava / un agire sicuro …                                   (9+7)

 

Insieme                        Sempre Giustizia / raggiunge la colpa!                                      (5+6)

 

Insieme                        Sempre trionfa / il verbo del dio!                                                          (5+6)

 

Voce B                        Tu adora i signori del cielo, / e premio ne avrai.                        (9+6)

 

Voce A                        La luce ritorna: / rialza la fronte, / o mia casa!                           (6+6+4)

 

Insieme                        Giacevi prostrata, / ma ora hai scosso / le gravi catene!                        (6+6+6)

 

 

L’idea di trasformare ad un certo punto, nel corso dell’Esodo, le ancelle portatrici di offerte in un coro di furiose Erinni, alle quali va ad aggiungersi anche la stessa Elettra (cfr. Note di Regia), ha comportato la necessità di inventare e inserire alcune battute, tutte in concitati endecasillabi:

 

Elettra                          Maledetto! Che tu sia maledetto!

 

Voce A (Corifea)           Hai versato il sangue della madre!

 

Voce B                        Hai troncato la vita di tua madre!

 

Voce C                        Hai offeso la Prima Dea, la Madre!

 

…..

 

Voce D                         Non è lecito fare ciò che hai fatto!

 

Voce E                        Avrai tormenti ed incubi in eterno!

 

Voce F                         Maledetto! Che tu sia maledetto!

 

Insieme                        La madre è sacra, è prima di ogni cosa …

 

…..

Insieme                        Macchiata è la città: non avrà pace,

se non uccide chi la madre uccise!

L’invenzione registica basta a motivare il nuovo titolo, un po’ anche “a effetto”: Il sangue della madre.

Le battute sottratte alla Corifea sono state assegnate a Pilade. Altre aggiunte riguardano le ironiche parole che si scambiano tra loro i due Servi nell’atto di entrare nella reggia (cfr. Secondo Episodio, Scena Seconda); e infine i monologhi di Egisto al pubblico, che introducono e concludono il dramma (per cui cfr. Note di Regia), prima del corto finale Il Ripensamento, che chiude tutto lo spettacolo.

 

 

Lo svolgimento del dramma è nel complesso fedele all’originale eschileo, ma con alcune eccezioni.

Innanzi tutto, il regista ha voluto che allo svolgimento della vicenda fosse anteposta una curiosa introduzione: il personaggio di Egisto viene sul proscenio a parlare al pubblico, presentando se stesso e i retroscena della storia che si sta per rappresentare: si fa cenno in tal modo al tragico mito dei Tantàlidi e alle ragioni profonde dell’odio che portò all’assassinio di Agamennone.

Contravvenendo poi ancora ai canoni della drammaturgia greca, l’uccisione di Clitennestra da parte del figlio Oreste si compie sulla scena, davanti agli spettatori, per motivi dichiaratamente spettacolari; poco prima, l’amante e complice della regina, Egisto, finisce invece ucciso (come previsto dall’autore antico) all’interno del palazzo, da dove sentiamo levarsi il suo ultimo grido: ma il personaggio esce barcollando dalla reggia e va a stramazzare, significativamente, ai piedi della tomba di Agamennone. I due corpi restano esposti e visibili sul palco per tutta la parte finale del dramma.

Quando infine tutti i personaggi escono di scena, Egisto si rialza e fa rialzare Clitennestra, prendendola per mano; la coppia viene sul proscenio ed Egisto si rivolge nuovamente agli spettatori, accennando (non senza ironia) alla conclusione della vicenda: il processo a Oreste davanti al tribunale dell’Areopàgo e la sua contestata assoluzione. L’introduzione e la conclusione, dette dal personaggio di Egisto, servono in tal modo a collegare l’argomento delle Coefore, tragedia centrale della trilogia eschilea, a quanto rappresentato nel dramma che precede (Agamennone) e in quello che segue (Eumenidi).

Il lavoro di regia presenta però un’altra e più interessante invenzione: la metamorfosi delle Coefore in Erinni.

Nel testo originale, poco dopo il matricidio, Oreste, assediato dalla follia, vede apparire le furie (“le cagne della madre”) che prendono a tormentarlo, tanto che egli decide di abbandonare la città e fugge inseguito da loro. Gli spettatori tuttavia non vedono le Erinni e non ne sentono le parole.

Nel nostro spettacolo si è pensato invece di introdurre un inatteso coup de théatre: dopo che Oreste ha mostrato il peplo sporco di sangue nel quale Agamennone era stato irretito e ucciso, ecco Elettra uscire dalla reggia (mentre nel dramma originale essa non compare più sulla scena) e pronunciare in tono sibillino alcune parole che in Eschilo appartengono al Coro (“Nessuno mai dei mortali trascorre la sua vita senza affanni: alla vita ciascuno paga sempre il suo prezzo”). E mentre Oreste continua a parlare, preannunciando l’intenzione di recarsi a Delfi, il personaggio di Elettra distribuisce alle ancelle le rosse maschere che ha portato in un canestro; indossando tali maschere, il Coro delle Coefore si muta in Coro delle Erinni. Di esso si fa componente Elettra stessa, unica erinni senza maschera. L’effetto di questa invenzione viene potenziato dalla musica, dai gesti e dalle battute scritte appositamente per le varie voci che compongono il nuovo insieme.

Il senso di tutto ciò viene lasciato all’intuizione degli spettatori, i quali troveranno una sorta di conferma nel corto teatrale (Il Ripensamento) che chiuderà, in termini comici e ironici, lo spettacolo: si rivedrà la scena dell’uccisione di Clitennnestra da parte di Oreste; ma questa volta Elettra, colta da un ripensamento che la porta in quanto femmina a solidarizzare con la madre, uccide inaspettatamente Pilade ed il fratello.