Son forse un poeta?
No, certo.
Non scrive che una parola, ben strana,
la penna dell’anima mia: follia.


Son dunque un pittore?
Neanche.
Non ha che un colore

la tavolozza dell’anima mia:
malinconia.


Un musico, allora?
Nemmeno.
Non c’è che una nota
nella tastiera dell’anima mia:
nostalgia.


Son dunque … che cosa?

Io metto una lente
davanti al mio cuore
per farlo vedere alla gente.

Chi sono?
Il saltimbanco dell’anima mia.

 

Da ragazzo mi piaceva molto questa curiosa poesia di Aldo Palazzeschi … ma ora devo convenire che le parole, i colori, le note cui fa riferimento il vecchio futurista non mi rappresentano. Certo, la malinconia o la nostalgia sono emozioni che ben conosco; la follia invece non mi è mai appartenuta, perlomeno nel senso che l’autore intendeva. Quanto alla definizione di saltimbanco dell’anima, benché suggestiva, ho l’obbligo morale di respingerla, perché ho fatto da tempo una scelta di vita che prevede stabilità assoluta nelle idee e nelle relazioni.

Chi sono io, dunque?

Risponderei che …

Risponderei semplicemente che sono stato, e rimango, un professore: uno di quelli che hanno scelto il mestiere di restare a scuola anche da adulti, cercando di insegnare agli studenti ciò che il programma scolastico prevede (e un po’, se non soprattutto, quello che non prevede).

Ora, cessato il servizio, mi chiedo se abbia realizzato davvero qualcosa di buono: ci ho provato, questo sì, dedicando parecchio delle mie forze alle tante generazioni di studenti che anno dopo anno si succedevano nelle mie classi.

Subito dopo la laurea ho incominciato a darmi da fare, anche per contribuire al mantenimento della famiglia che mia moglie Maddalena ed io avevamo formato già in quello stesso anno: supplenze, lezioni private … e soprattutto la bella esperienza delle Corsi Serali per Lavoratori, organizzati dalle Città di Broni e Stradella (1973-1978). Ricordo bene quei miei studenti fuori del comune: gente di quaranta o cinquant’anni, che dopo una giornata di lavoro, trovava ancora la forza di chinarsi sui libri, perché aveva capito il valore profondo, umanamente liberatorio, della cultura.  

Nel 1975/76 ottengo la nomina a tempo indeterminato nella Scuola Media: insegno quell’anno a Belgioioso, e poi a Stradella, a Villanterio e finalmente, come professore di ruolo, a Montù Beccaria, dove rimango dal 1978 al 1983. Anche di quel periodo conservo un ottimo ricordo: ragazzi fondamentalmente buoni e onesti, abituati a impegnarsi o altrimenti ad accettare senza proteste i giudizi più severi, se meritati. Molto diversi dagli ineducati e viziati rampolli delle città di oggi, che affogano nell’indifferenza e tuttavia non accettano rimproveri, ciecamente sostenuti dai loro genitori iperprotettivi.

Nel 1983/84 sono trasferito alla Scuola Media di Stradella, dove rimango due anni. Quindi la svolta: avendo affrontato e vinto i concorsi per le superiori, lascio la scuola dell’obbligo ed approdo al liceo, esattamente al Liceo Scientifico “Camillo Golgi”, di Broni. Qui ho insegnato ventisei anni, fino alla pensione (1985/86 – 2010/11).

Ed ecco il mio Dodecalogo del buon professore, in cui ho sintetizzato (scherzosamente, ma non troppo) alcuni miei principi – guida