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“Me ne andrò supplice … errante ancora, esule dalla mia terra, lontano da ogni pace

sono alcune delle ultime parole pronunciate da Oreste nel dramma IL SANGUE DELLA MADRE, ispirato alle Coefore di Eschilo (Atene, 458 a. C.), prima che la follia lo avvolga, presentandosi dinnanzi a lui con l’orrenda visione delle Erinni, le demoniache figure che perseguitano il matricida.
Ci troviamo alle radici antropologiche e sociali del tema della pace. Oreste è il figlio di Agamennone, il potente sovrano di Argo e Micene; era ancora un fanciullo quando sua madre Clitennestra e l’amante di lei, Egisto, gli avevano ucciso il padre, appena tornato vincitore dalla guerra di Troia; ora è un uomo, ed ha appena compiuto ciò che riteneva proprio dovere, ammazzando a sua volta entrambi i colpevoli.
La giustizia, arcaicamente intesa come vendetta, pretende che il sangue sia lavato col sangue … ma per fare questo Oreste ha dovuto uccidere sua madre, ed è caduto preda dei rimorsi più atroci, che il mito rappresenta incarnati nelle Erinni. Già prima egli era lacerato dal conflitto tra le due esigenze, ed ora tale conflitto lo travolge: quando e dove troverà mai la pace?
Ma nella vicenda che Eschilo mise in scena (in tre drammi consecutivi: AgamennoneCoeforeEumenidi, col titolo complessivo di “Orestea”) c’è anche l’aspetto sociale e politico del problema. Come può sopravvivere la città, ovvero una qualsiasi comunità umana, se le vendette (individuali o familiari che siano) la straziano di continuo in una sequenza senza fine?  Nel terzo dramma, Oreste trova rifugio ad Atene e si sottopone al giudizio del tribunale cittadino (il celebre Areopàgo), la cui sentenza lo assolverà, a patto che cessino per sempre le vendette private e che i diritti delle madri siano comunque riconosciuti. Le Erinni, placate, si mutano allora in Eumenidi (“benefattrici”) …
 
Il discorso sarebbe lungo e complesso; basterà dire che la pace, quella dell’individuo come quella della polis, è la ragione segreta e la meta ultima che muove sia l’opera di Eschilo nel suo complesso sia la presente, parziale, rivisitazione.
Continua il tradizionale lavoro di rivisitazione del mito e della drammaturgia classica con il Gruppo guidato dal prof. Bruno Civardi, che si avvale delle coreografie della prof.ssa Nicoletta Vercesi, delle musiche di Giangiacomo Pinardi e dei raffinati oggetti scenici di Domenico Pinardi. Le luci saranno affidate al bravo Andrea Tisato. L’impegno è stato quello di mettere in scena, ispirandosi alle “Coèfore” di Eschilo (Atene, 458 a. C.), uno spettacolo drammatico e di forte impatto emotivo, dal titolo eloquente: IL SANGUE DELLA MADRE. E’ infatti il dramma di Oreste, uomo del conflitto. Obbediente al dio, che gli impone di vendicare il padre Agamennone, tradito e assassinato da Clitennestra e da Egisto, sente crescere dentro di sè irrefrenabile l’orrore per il matricidio che è chiamato a compiere. E le demoniche Erinni, nelle quali si trasfigurano le fedeli ancelle e la stessa sua sorella Elettra, altro non sono che incubi emersi dalla sua lacerata coscienza.
Al dramma “serio”, segue un rapido e comico corto (IL RIPENSAMENTO), che ci conferma tuttavia la rivolta del femminile.

VENERDI’ 4 MAGGIO, ore 21  

Teatro Sociale – Stradella

VENERDI’ 11 MAGGIO, ore 21  

Teatro Fraschini – Pavia

Venite! “Solo la tragedia libera in noi il senso del sublime …” (Kant)

TESTO E REGIA: BRUNO CIVARDI

MUSICHE: GIANGIACOMO PINARDI

COREOGRAFIE: NICOLETTA VERCESI

OGGETTI SCENICI: DOMENICO PINARDI

LUCI E SUONO: ANDREA TISATO

CON

  • SIMONE CARLI

  • IACOPO PELIZZA

  • CATERINA PIETRA

  • GIULIA MARIA BREGA

  • DANIELE GATTI

  • CHIARA VALENTI

  • EMANUELE CASALI

  • VALERIO TRAVINI

  • ALBERTO SALVANESCHI

  • ANNA FILIPPONI

  • ANNA BRADASKA

  • ARIANNA CREDI

  • MARIANNA CUOMO

  • BEATRICE NEVELLI

  • GIADA PETTENATI

Il Sangue della Madre

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Il testo

Il personaggio di Egisto parla al pubblico, presentando se stesso e i retroscena (dal mito dei Tantalidi all’assassinio di Agamennone) della vicenda che si sta per rappresentare.

Oreste e Pilade giungono alla tomba di Agamennone, in Argo. Oreste riconosce la sorella maggiore, Elettra, a capo di un corteo di ancelle, che portano offerte alla tomba (coèfore). I due giovani si nascondono, per udire non visti le parole dette dalle donne.

Canto delle coèfore, che già accenna ai vari temi del dramma.

Dalle parole di Elettra e del Coro si comprende che le offerte sono state mandate da Clitennestra, atterrita da un sogno premonitore, con la tardiva intenzione di placare l’ombra del marito ucciso. Elettra non sa quale preghiera rivolgere al padre: ma la Corifea, senza mezzi termini, la esorta a rigettare la supplica sacrilega della madre, e a pregare Agamennone di mandare Oreste, perché compia la necessaria vendetta, uccidendo la regina e l’amante Egisto. Elettra vede un ricciolo di capelli lasciato come offerta e si dice sicura che sia di Oreste. A questo punto, Oreste si fa avanti: vinta una breve diffidenza, Elettra lo abbraccia e gli dice che lui sarà da quel momento il suo nuovo padre. I due fratelli, accompagnati dal Coro, rivolgono al defunto genitore una lunga ed intensa lamentazione funebre; infine Oreste, dopo avere ricordato le terribili esortazioni alla vendetta ricevute da Apollo delfico, con la complicità delle coèfore organizza un inganno ai danni di Clitennestra ed Egisto.

Il Coro invoca la vendetta come sola forma possibile di riparazione del delitto e ricorda altre celebri donne colpevoli di folli violazioni dei più sacri legami di sangue.

Oreste e Pilade, camuffati da mercanti e accompagnati da due Servi carichi di mercanzie, bussano alla porta della reggia. Si presenta un Custode, che chiama Clitennestra. Oreste comunica a sua madre (che non lo ha riconosciuto) di essere stato incaricato da un certo Strofio focese, presso il quale Oreste era ospite, di annunciare in Argo la morte del povero giovane. Clitennestra si dice afflitta, ma accoglie comunque gli stranieri con formale cortesia. Poco dopo, il Coro vede uscire dal palazzo l’anziana nutrice di Oreste, Cilissa, mandata dalla regina a chiamare Egisto; la Corifea la convince a riferire a costui l’invito a venire alla reggia al più presto, senza scorta, per informazioni urgenti e delicate. Cilissa acconsente, intuendo che sta per accadere qualcosa.

Il Coro rinnova l’invocazione alla vendetta come unica Giustizia possibile, e prega Apollo ed Ermes di assistere il giovane principe, che si accinge a farsi giustiziere dei tiranni e restauratore della libertà.

Benché sospettoso, Egisto cede al desiderio di informarsi direttamente dagli stranieri se è vero quello che si dice: che Oreste è morto. Anche le coèfore lo esortano a entrare nella reggia, dove subito viene assalito e ucciso. Il Custode esce a chiamare aiuto: accorre Clitennestra, alla quale l’uomo, fuggendo, grida che “i morti uccidono i vivi”. La regina ha compreso l’inganno di suo figlio, ma è decisa a combattere e chiede, invano, una scure. Giunge Oreste, che trascina la madre presso la tomba di Agamennone, per ucciderla; qui ha un attimo di esitazione, ma Pilade gli ricorda la volontà inflessibile degli Dei. Oreste trafigge sua madre, che lo maledice.

Il Coro invita a gioire per la ritrovata libertà e perché Giustizia ha trionfato. A Oreste, se mai sarà posto a giudizio, ricorda che deve dichiararsi “figlio solo di padre”.

Oreste fa venire i Servi, che recano il peplo sporco di sangue in cui Agamennone fu avvolto ed immobilizzato a tradimento, per poi essere ucciso. Dichiara quindi al Coro di prevedere per sé un altro destino di esilio e dolore. Infatti Elettra, uscita intanto dalla reggia, e le coèfore, fino a quel momento alleate e complici di Oreste, si mutano in un coro di mostruose Erinni, che accusano il principe di avere offeso una legge inviolabile, antica e sacra come la stessa Terra. Bersagliato dai rimorsi e tormentato da orrende visioni, Oreste fugge, subito inseguito dalle “cagne rabbiose della madre”. Pilade si domanda quando e dove potrà mai cessare la sventura della casa degli Atridi.

Sulla scena sono rimasti solo i corpi di Clitennestra e di Egisto. Quest’ultimo si rialza e fa alzare Clitennestra, quindi viene sul proscenio a parlare. Accenna alla conclusione della vicenda, con l’assoluzione di Oreste davanti all’Areopàgo di Atene e la trasformazione delle Erinni, finalmente placate, in Eumenidi. Quindi annuncia di voler vestire i panni di Oreste nel “corto teatrale” a seguire, intitolato “Il ripensamento”.

Si rivede la scena dell’uccisione di Clitennestra, ma con un finale ironico (già comunque accennato dai cambiamenti registici dell’esodo della tragedia): Elettra ci ripensa e, tirata fuori una pistola, vendica la madre ammazzando gli stupefatti personaggi di Pilade ed Oreste.

“Me ne andrò supplice … errante ancora, esule dalla mia terra, lontano da ogni pace”

da Coefore,Eschilo

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