Progetto Laboratorio Teatrale
Piano Offerta Formativa a. s. 2000-2001

ORFEO ed EURIDICE

liberamente ispirata alla favola di A. Poliziano (1480)

PROLOGO

(Brano musicale d’apertura. Entra il CORO, che intona le cinque strofe iniziali dell’ode Al Signor di Montgolfier di V. Monti. Apparirà brevemente ORFEO).

CORO: Quando Giasòn dal Pelio

spinse nel mar gli abeti,

e primo corse a fèndere

coi remi il seno a Teti,

su l’alta poppa, intrepido,

col fior del sangue acheo,

vide la Grecia ascendere

il giovinetto Orfeo.

Stendea le dita ebùrnee

sulla materna lira,

e al tracio suon chetàvasi

dei venti il fischio e l’ira.

Meravigliando accorsero

di Dòride le figlie,

Nettuno ai verdi alìpedi

lasciò cader le briglie.

Cantava il vate odrisio

d’Argo la gloria intanto,

e dolce errar sentìvasi

sull’alme greche il canto …

(ORFEO scompare. Mentre il CORO esce, giungono il NARRATORE e la NARRATRICE).

NARRATORE:

Questo era Orfeo. Non un eroe nel senso classico della parola, un guerriero. Era un giovane poeta, dall’animo tanto sensibile e dal canto così dolce che – avete sentito – gli elementi stessi della natura, le onde ed i venti, le rocce e le belve, si incantavano ad ascoltarlo. Per questo Giasòne lo volle tra gli Argonauti: perché celebrasse la gloriosa conquista del Vello d’oro!

NARRATRICE:

Ma ci fu un’occasione in cui Orfeo dimostrò di essere il più grande tra gli eroi: quando affrontò il dio della Morte per riavere la sua cara sposa, Euridice. Da allora tutti lo ricordano, non solo come un campione della poesia, ma come l’eroe dell’amore!

NARRATORE:

Sì, è una favola davvero bella. Ma invece di raccontarla, facciamogliela vedere, ai nostri gentilissimi signori spettatori. Piacerà di sicuro anche a loro. Attenti, dunque! Ora chiamerò il dio Mercurio: lui vola continuamente da un luogo all’altro della Terra, ed accompagna le anime nel mondo dei morti: perciò sente e conosce tutte le storie, nei minimi particolari e con tutte le varianti …

NARRATRICE:

Ma la gente non avrà paura di vedersi comparire lo “psicopompo”? … insomma, il dio che ti porta agli Inferi?

NARRATORE:

No … , Mercurio è un dio simpatico, molto umano … E poi conosco la formula di scongiuro. Ascolta:

Gente, attenzione! A tutti buon augurio,

che’ dall’Olimpo in terra vien Mercurio!

(Batte le mani: compiendo ampie volute, appare MERCURIO).

MERCURIO:

Silenzio! Udite! E’ fu già un pastore

figliuol d’Apollo, chiamato Aristeo.

Costui amò con sì sfrenato amore

Euridice, che moglie fu d’Orfeo,

che, seguendola un giorno per amore,

fu cagion del suo caso acerbo e reo:

perché, fuggendo lei vicina all’acque,

una biscia la punse, e morta giacque.

Orfeo, cantando, all’inferno la tolse,

ma non potè servar la legge data:

che ‘l poverel tra via drieto si volse,

sì che di nuovo ella gli fu rubata.

Però mai più amar donna non volse,

e dalle donne gli fu morte data!

(MERCURIO parte).

NARRATRICE:

Mi dispiace che vada a finire così … eppure questa storia, se non mi sbaglio, la si racconta in tanti modi: perché scegliere la conclusione più triste? Vogliamo fare piangere gli spettatori, stasera?

NARRATORE:

Anch’io provo la tua perplessità, e non vorrei straziare il cuore di questa gente, né tanto meno il tuo … Sai che ti dico? Io spero, anzi sento, che non sarà una cosa tutta triste. Ma andiamocene ora: la storia deve incominciare per davvero.

ATTO I

(La scena mostra un paesaggio bucolico. Sullo sfondo, in un angolo, si vede l’ingresso alla spaventosa Selva Mala, luogo inospitale, infestato da serpi. ARISTEO, pastore giovane, se ne sta seduto sconsolatamente. Entra, con bastone e fiasca di vino, MOPSO, pastore anziano).

MOPSO:

Salute a te, Aristeo. Mi càpiti a proposito, stamane. (Gli siede accanto). Hai visto qui in giro, per caso, un mio vitellino? (Breve pausa. Depone la fiasca). Allora, mi hai sentito? Non rispondi?

ARISTEO:

Ah sì, il mio vitellino …

MOPSO:

No, non il tuo, il mio vitellino.

ARISTEO:

D’accordo. Il tuo vitellino. (Altra breve pausa)

MOPSO:

E allora? Lo hai visto o no?

ARISTEO:

Sì … no. Ma quale vitellino?

MOPSO:

Quello tutto bianco come la neve, con una macchia nera sulla fronte e le zampe anteriori rosse.

ARISTEO:

No, non ho visto niente …

MOPSO:

Ma che cos’hai? Ti trovo strano, oggi.

ARISTEO:

E’ che … non m’importa più niente di pecore, vacche e vitelli.

MOPSO:

Che ti prende? Non vuoi più fare il pastore? Non vuoi neanche aiutare un vecchio amico, che ha perduto il suo più bel vitellino?

ARISTEO:

Sì … guarda: ti chiamo il mio garzone e lo mando in giro a cercare. Forse lui te lo ritrova, questo vitellino. Tirsi! Tirsi!

MOPSO:

Tirsiiiii!

ARISTEO (infastidito):

Che gridi? Ha sentito, adesso viene.

MOPSO:

Grazie. Ma come sei nervoso. Dimmi che cos’hai …No, aspetta: voglio indovinare. Non sarai mica ammalato? Su’, dimmelo: potresti essere contagioso …

ARISTEO:

Ma va’… ecco Tirsi.

TIRSI entra e si presenta ad ARISTEO.

TIRSI:

Son qui, padrone. Che cosa comandi?

ARISTEO:

Fa’ un giro qui intorno e vedi se trovi un vitello. E’ di Mopso.

TIRSI:

Vado. Ma … (guarda MOPSO) … se per caso, la bestiola, si fosse avventurata …

MOPSO

… avventurata?

TIRSI

… nella selva …

MOPSO

… nella selva?

TIRSI

Nella Selva Mala! (Brivido di paura da parte di MOPSO) … allora , mi spiace, ma io lì non ci entro, per tutti i vitelli e i padroni del mondo. E’ un labirinto, infestato da serpi velenose, pieno di orride caverne e di squallide paludi … Dicono che sia il vestibolo degli Inferi!

MOPSO:

Lo so, e non posso chiederti di andare dove tutti evitano di andare. In quel caso, addio il mio vitellino, purtroppo. Grave perdita … (Sospiro)

ARISTEO (a TIRSI):

Beh, hai sentito? Su, va’.

TIRSI

Vado, vado …

(TIRSI esce. Breve silenzio).

MOPSO:

Sai che non hai risposto alla mia domanda, Aristeo? Allora: sei ammalato? Dimmi il morbo di cui soffri, o che altro sia che ti angustia …

ARISTEO:

Oltre che avaro, sei curioso. Ma se proprio vuoi saperlo, una malattia ce l’ho: e inguaribile, credo.

MOPSO:

Forse ho capito. Sei … innamorato?

ARISTEO:

Sì.

MOPSO:

Molto innamorato, immagino.

ARISTEO:

Sì.

MOPSO:

E infelice.

ARISTEO:

Sì.

MOPSO:

Molto infelice?

ARISTEO (con stizza):

Sì, non si vede?

MOPSO:

Dai, racconta tutto, confìdati. Sono più anziano di te, ti darò un consiglio.

ARISTEO (sospirando):

Caro, vecchio Mopso …

MOPSO

Beh, vecchio …

ARISTEO (ribadisce, con una pacca sulla spalla):

… vecchio Mopso, potrei piangere, se volessi. Ieri l’altro, soltanto ieri l’altro, all’alba, ho visto una ninfa alla fonte: bella, più che qualsiasi altra. E subito il cuore mi si è scosso nel petto, la mente si è annebbiata, ho il fuoco sotto la pelle, mi ronzano le orecchie …

MOPSO:

Per tutti gli dei!

ARISTEO:

Non mangio più, non dormo più, penso sempre a lei, e …

MOPSO:

E …?

ARISTEO:

E a come fare per …

MOPSO:

Per …?

ARISTEO:

Per avere la meglio su …

MOPSO:

Su …?

ARISTEO:

Sai, quel tale che sta in una casa un po’ fuori del paese … (abbassa la voce) … Orfeo …

MOPSO:

Orfeo, il poeta? Ma allora quella era sua moglie, Euridice.

ARISTEO:

Credo di sì.

MOPSO:

Ma tu sei pazzo, figlio mio. Euridice e Orfeo si amano, più di due vitelli …

ARISTEO

Due colombi, vorrai dire.

MOPSO

Sì, ho sbagliato, due colombi … e, per l’appunto, non tradirebbero mai la reciproca fedeltà coniugale.

ARISTEO:

Ma io brucio per lei!

MOPSO:

Devi guarire da questa follia. O qui succederà qualcosa di grosso, qualche guaio per tutti. Su, pensa un po’ alle tue bestie, ai tuoi affari …

ARISTEO:

Mi parli di cose che non mi interessano più. Io non voglio guarire, in fondo mi piace questa malattia. Voglio solo sfogarmi, e cantare. Come Orfeo.

MOPSO:

E’ difficile battere Orfeo, nel canto poi …Pensa che era solo un ragazzo, eppure fu reclutato da Giasone come cantore degli Argonauti. E …

ARISTEO:

Risparmiami la storia. Voglio cantare.

MOPSO:

E canta allora, canta. (tra sé) Che ti passa. Speriamo.

(Rientra il CORO, che andrà a porsi alle spalle di ARISTEO per ripetere il ritornello. Sottofondo musicale lieve. Eventuale coreografia: mentre si esegue il canto, ninfe e creature dei boschi escono a danzare. Cessato il canto, svaniscono).

ARISTEO

Udite, selve, mie dolci parole,

poi che la ninfa mia udir non vuole.

La bella ninfa è sorda al mio lamento

e ‘l suon di nostra fistula non cura.

Di ciò si lagna el mio cornuto armento,

né vuol bagnare il grifo in acqua pura.

Non vuol toccar la tenera verdura,

tanto del suo pastor gl’incresce e duole.

CORO:

Udite, selve, mie dolci parole,

poi che la ninfa mia udir non vuole.

ARISTEO:

Ben si cura l’armento del pastore,

la ninfa non si cura dell’amante,

la bella ninfa che di sasso ha ‘l core,

anzi di ferro, anzi l’ha di diamante.

Ella fugge da me sempre davante,

come agnella dal lupo fuggir suole.

CORO:

Udite, selve, mie dolci parole,

poi che la ninfa mia udir non vuole.

ARISTEO:

Digli, zampogna mia, come via fugge,

cogli anni insieme, sua bellezza snella.

E digli come ‘l tempo ne distrugge,

né l’età persa mai si rinnovella.

Digli che sappia usar sua forma bella,

che’ sempre mai non son rose e viole.

CORO:

Udite, selve, mie dolci parole,

poi che la ninfa mia udir non vuole.

ARISTEO:

Portate, venti, questi dolci versi

drento all’orecchie della ninfa mia.

Dite quant’io per lei lacrime versi,

e lei pregate che crudel non sia.

Dite che la mia vita fugge via

e si consuma come brina al sole.

TUTTI:

Udite, selve, mie dolci parole,

poi che la ninfa mia udir non vuole.

(Mentre il CORO esce, sfilando ieratico, TIRSI ritorna).

TIRSI:

Padron Aristeo, ho trovato. E, per Diana e per Bacco, ho anche visto …

MOPSO:

Hai ritrovato il mio vitellino?

TIRSI:

Sì. Era dietro la collina, che brucava tranquillo: l’ho preso per le sue cornine, e l’ho riportato nella tua mandria, padron Mopso.

MOPSO:

Oh, bene. Grazie tante. Bravo questo tuo garzone, Aristeo.

ARISTEO:

Sì, bravo, ma … (a TIRSI) … stavi dicendo che hai visto …?

TIRSI:

Ho visto (fischia) una vera e viva meraviglia, che – se non mi sbaglio – ti sta molto a cuore, padrone …

ARISTEO:

Parla, avanti. Già spero e temo …

TIRSI:

Mi concedi di fare dei versi, come te, e come Orfeo?

ARISTEO:

Accidenti a te e a lui. Avanti, concesso.

TIRSI:

Ho visto adesso una gentil donzella … Va bene come endecasillabo?

ARISTEO (insofferente):

Sì, ma va’ avanti. Vuoi farmi impazzire?

TIRSI:

Sì … cioè, no. Ascoltate, padroni:

Ho visto adesso una gentil donzella,

che va cogliendo fiori intorno al monte.

Io non credo che Vener sia più bella,

più dolce in atto o più superba in fronte.

E parla e canta in sì dolce favella

che i fiumi svolgerebbe inverso il fonte.

Di neve e rose ha ‘l volto, e d’or la testa,

tutta soletta, e sotto bianca vesta.

Eh, che ne dite? Sono bei versi?

ARISTEO (agitato):

Fatti fare i complimenti da Mopso, se vuoi. Io non posso restare: devo andare, devo raggiungerla.

(ARISTEO parte, afferrando la fiasca di MOPSO).

MOPSO (mentre quello è già fuori scena):

La mia fiasca … Attento, giovanotto, a non commettere errori di cui potresti pentirti! Il mio consiglio è che …

ARISTEO (da fuori scena):

Troppo tardi per i consigli, vecchio Mopso. Voglio Euridice, e l’avrò, a costo di fare una pazzia! Addio!

MOPSO (scuotendo il capo):

Per le Furie di Eros! E’ questo il tuo padrone, Tirsi? Devi fargli capire di comportarsi più seriamente, di controllarsi. Di pensare all’utile suo …

TIRSI:

Mica facile. Il mio padrone, come dicono a Partenope, è uno … sciupafemmine … E io sono solo un garzone: devo ubbidire, e pensare alle bestie. Tutti sanno che, nelle favole, i padroni fanno sempre quello che vogliono.

MOPSO:

Bravo. E sai anche cosa fanno fuori dalle favole?

TIRSI:

Secondo me, fanno lo stesso. Ma dimmi, tu che sei più vecchio …

MOPSO (stizzito)

E dagli, anche tu , con questo “vecchio”! Ma credete che sia rimbambito? Io faccio andare un’azienda di cento pecore e cinquanta vacche, dillo ad Aristeo …

TIRSI

Ma lui … ma io …, insomma, noi s’intendeva dire che saresti un po’ vecchio solo per le faccende di donne …

MOPSO

Ah, beh, le donne! Alla larga! Non sono mai contente, vogliono sempre soldi e regali … Guarda, a tutte le donne di Grecia, io preferisco una sola vacca! … non capire male, voglio dire che questa la mungi tu, e ti dà il latte, quella munge te, ti succhia il sangue!

TIRSI

Mah, se lo dici tu … io vorrei solo sapere che cosa succederà adesso.

MOPSO (alzandosi):

Mah! Solo gli Dei lo sanno. Vieni, che ti offro la colazione: formaggio, frutta, e un sorso di vinello.

TIRSI (alzandosi anche lui):

Giove ti benedica, padron Mopso. E’ mezzogiorno, ma non penso che Aristeo ritorni a pagarmi la giornata!

MOPSO

Meno male allora che c’è il “vecchio” Mopso, eh? Senti, ragazzo: non mi canteresti qualcosa di allegro?

TIRSI

Certo. Un garzone mio amico, un immigrato … , mi ha testé insegnato una villanella, partenopea … (al CORO, che rientra) … Venite, ragazzi, cantiamola insieme:

“In questo ballo c’è una fanciulla,

coi suoi begli occhi che la mi trastulla,

del resto poi la non mi vuol far nulla,

e sempre balla e mi dice di no …

chiòvoli, chiòvoli, chiòvoli, chiò …”

(IN ALTERNATIVA: “Festa, riso, gioco e gioia

son quest’onde e questo monte:

tutti han qui le grazie pronte

né v’è duol, mestizia o noia.

Qui dal monte al mar sonoro

fan gli augelli eterno canto,

a cui van danzando intanto

l’ombre, l’aure e il mar fra loro.

Le delizie e in un gli amori

seggi han qui giocondi e cari,

qui natura e il ciel al pari

versar tutti i lor tesori”)

(MOPSO E TIRSI escono, tenendosi a braccetto. Il CORO si porrà sul fondo. Subito dopo ricomparirà ARISTEO, tracannando dalla fiasca).

ARISTEO

Canzoncina stolta, che può divertire solo chi non prova tormenti.

(urlato)

Pastori! Mandriani di Grecia! Avete bisogno di fuoco? Venite qui: io, io sono fuoco! Toccherò queste selve con un dito, e bruceranno. Tutto questo mondo, io lo darò alle fiamme!

ATTO II

(Stessa scena, ma con fontana: è un altro angolo del medesimo luogo. EURIDICE entra, con un’anfora in mano).

EURIDICE:

Ho lasciato il mio sposo addormentato. Il dolce dio del Sonno ha donato al mio amore il meritato riposo, dopo la notte trascorsa nel duro lavoro della creazione artistica. In verità, egli dice che l’opera delle Muse non lo affatica, soprattutto da quando io gli sono vicina: componendo, pensa a me sola, e l’opera gli sgorga dal cuore, dal suo cuore gentile …

(posa l’anfora alla bocca della fonte, poi siede)

Amato e buono Orfeo! Voglio destarti quest’oggi portando il cibo al tuo giaciglio, come fossi tua ancella. Ti prego, fontana, fa’ presto a versare la tua acqua! Anfora mia, riempiti! Orfeo mi attende. Quanto è bello, e semplice, l’amore! E come si comunica alla gente, e li fa buoni! Mentre venivo qui, incontrai più persone: e tutte sorridevano, vedendomi, e mi dicevano: Salve, sposa felice! Danzate allora per me, creature di Pan! Cantate con me! Unitevi alla mia gioia!

CANZONE DELLA FELICITA’

(Mentre viene eseguita, le creature invocate da EURIDICE escono a danzare).

Lo spirito mio danza

la danza della gioia …

Mi dicono: Euridice!

Aggiungon: la Felice,

perché ho trovato amore,

un cuore di poeta,

che batte sol per me.

Dolcissimo mio amore,

negli occhi ho il tuo bel viso,

e vivo nel sorriso

del mondo, grazie a te.

Figlio di un dio di luce,

tu m’insegnasti a amare

le cose più comuni

come preziose e rare,

tu m’insegnasti ancora

che tutto è un’armonia,

ed io la sento mia

quando la canti tu.

Tu parli a ognun d’amore,

ad ogni creatura,

e tutta la natura

ti segue e ascolta te.

Ti verserò quest’acqua,

ti darò pane e amore.

Tu chiuderai la porta

e mi terrai sul cuore.

Lo spirito mio danza

la danza della gioia …

(Irrompe in scena ARISTEO. EURIDICE si spaventa, intuendo le sue intenzioni).

EURIDICE:

Chi sei? Chi cerchi, o che cosa? Mi inquieta quel tuo sguardo …

ARISTEO:

Il mio nome è Aristeo. Non mi hai mai veduto? Eppure vivo in questo paese.

EURIDICE:

I miei occhi non vedono e non cercano che Orfeo …

ARISTEO:

E invece io cerco te, e te voglio!

EURIDICE:

No! Non puoi … vattene … (indietreggia)

ARISTEO:

Ascoltami, Euridice: anch’io sono poeta, e so parlare d’amore. Ma porto dentro di me una sete che questo vino non sa spegnere: lasciami bere un sorso dell’acqua tua, chiara …

EURIDICE:

Sei ebbro! Vattene a casa …

ARISTEO:

Non ho più casa. Ma ascoltami: sarò dolce, anch’io …

(MADRIGALE: ad ogni strofa un passo)

Non mi fuggir, fanciulla,

ch’io ti son tanto amico,

e t’amo anch’io, più che la vita e il cuore.

Ascolta, o ninfa bella:

non fuggir, che ti porto – e voglio – amore.

Non sono lupo od orso,

vo’ esser tuo amatore:

dunque raffrena l’incipiente corso!

EURIDICE:

Suona falsa la tua dolcezza! E non mi piacciono i tuoi rozzi versi. Non hanno il nobile segno del mio Orfeo! Addio. (fugge)

ARISTEO:

Poi che il pregar non vale,

e tu via ti dilegui,

bisogna ch’io t’insegui,

che metta ai piedi l’ale.

Ti prenderò, Euridice,

in qual tu voglia loco:

(urlato)

ti brucerà il mio fuoco!

(tracanna, poi getta la fiasca e l’insegue. I due attori corrono, lei fuggendo e lui inseguendo, con opportuni gesti drammatici, finché usciranno di scena, per ricomparire successivamente, a fare ciò che si dice più sotto. La musica e le luci dovranno sottolineare in modo adeguato il tutto. Intanto rientrano i NARRATORI).

NARRATRICE:

E’ un momento drammatico: si sta per consumare una violenza, dettata da una passione forte, ma cieca e distruttiva.

NARRATORE:

Euridice, fuggendo, s’inoltra nella Selva Mala, benché lo stesso Aristeo, inorridito, la richiami più volte, e la preghi di tornare indietro, promettendole di rispettarla.

(Si sentono le grida di ARISTEO: Fèrmati! Fèrmati! Euridice! No! No!)

CORO (le ragazze, con serpi in mano):

Si avvicina

l’ora del serpente!

NARRATRICE:

Aristeo si è fermato all’ingresso della selva. Lo vedo, laggiù … (indica) … forse anche il suo rozzo cuore ora trema, indovinando ciò che sta per accadere …

NARRATORE:

Infatti non credo sia per paura che Aristeo s’è fermato, ma perché Euridice si convinca che può tornare indietro …

NARRATRICE:

Ormai è troppo tardi. Guarda! (indica). Euridice è giunta nei pressi della palude e ha messo il piede sopra un nido di serpi. Una viscida biscia velenosa la punge, iniettandole nel sangue la morte.

(EURIDICE ricompare in scena, lasciandosi cadere in ginocchio, poi accasciandosi lentamente. Ciò dovrà avvenire in un angolo del palcoscenico lontano dalla fontana. Una serpe potrebbe essere a lei avvolta … Le luci si abbassano).

CANZONE DELLA MORTE

(Mentre viene eseguita, Euridice morente vede attorno a sé la danza della Morte, mascherata e nera. Il balletto è un a solo).

Lo spirito mio danza

la danza della morte …

Ade apre le sue porte

e mi risucchia a sé.

Ahimè, sono colpita

dalle celesti invidie,

ed anzi tempo all’Ombra

Zeus mi consacra già.

Geloso fu l’Olimpo

di tal felicità?

Per questo forse uccide

la nostra umanità?

Addio, mio caro amore:

il nero aspro veleno

già scorre dentro me,

e acuto dà dolore,

benché non come quello

che so di dare a te …

Ahimè, fugge la vita,

e fugge l’illusione

che almeno due persone

fossero felici, qui …

nel loro breve tempo,

nel nostro breve dì …

Addio, mio amato Orfeo,

ricordati Euridice,

che muore, e ancora dice:

la vita sei per me!

Lo spirito mio danza

la danza della morte,

anzi non danza …

più.

(EURIDICE si accascia definitivamente al “più”. Buio).

ATTO III

(Stessa scena, ma non comparirà più la fontana. EURIDICE giace a terra, nel sonno della morte. Nel loro angolo, di spalle, sono già presenti i NARRATORI. Appare MERCURIO).

MERCURIO:

Euridice! Euridice!

(La fanciulla alza il capo)

Il tuo destino è compiuto, fanciulla. Ora devi seguirmi: ho il compito di condurti tra le ombre, benché – lo confesso – mi dispiaccia privare la luce della tua luce.

(La prende per mano. Escono. Breve pausa.)

NARRATORE (si volta verso il pubblico):

Non molto lontano da quel luogo, Orfeo va in cerca della sua sposa.

NARRATRICE (anche lei si volta):

Al suo risveglio, non l’ha trovata in casa, non sa dove sia, e la desidera.

NARRATORE:

Solitario, come suo costume, ma con la cetra fedele al braccio, Orfeo la cerca, la chiama. Un’ansia sottile lo prende a poco a poco …

(Entra ORFEO).

NARRATRICE:

Andiamo. Lasciamolo solo …

NARRATORE:

Sì …

(escono, per mano)

ORFEO:

Euridice! Euridice! Una donna mi disse che ella era uscita a metà mattina … un’altra l’ha veduta recarsi alla fonte, con l’anfora. Ma ora, perché non ritorna?

MADRIGALE, con sottofondo musicale:

Euridice! Euridice! Ah, questo nome

san le spiagge e le selve:

l’appresero da me. In ogni valle

Euridice risuona, in ogni tronco

scrisse Euridice Orfeo,

Orfeo infelice …

Euridice! Dove sei, amore mio?

Ahimè, nessuno mi risponde.

(sottofondo musicale)

O puro cielo! O chiaro sole amico!

Che nuova, serena luce è questa

che mi doni!

E quanto dolce,

lusinghiera armonia formano insieme

il cantar degli uccelli,

il correr dei ruscelli,

il sussurro dell’aure in questo dì!

Tutto qui spira lieta sinfonia.

Ma non sarà per me, se più non trovo

la mia Euridice …

E se più non la trovo, io … che cosa sarei, io, senza Euridice?

(Si siede. Ancora sottofondo musicale, mentre entra il CORO, che andrà alle sue spalle).

CORO:

Io, che cosa sarei, senza di te,

di te, che mi sei venuta incontro?

ORFEO:

Solo un cuore di legno, addormentato,

un’ora ferma nella meridiana,

una bocca confusa, che balbetta

una sua nenia vana.

CORO:

Senza Euridice, Orfeo non era niente.

ORFEO:

Da te ho appreso la vita della gente,

con i tuoi occhi guardo e vedo il mondo.

Dalle tue labbra bevvi, come a fonte,

dentro il tuo cuore leggo ciò che in cielo

scrivon per noi le stelle più lontane.

Ma senza te ogni cosa suona inane.

CORO:

Senza Euridice, Orfeo non è più niente.

ORFEO:

Le verità che stanno in fondo al cuore

io le ho apprese da te, fino a sentirne

il palpito interiore.

Solo per te ho appreso che c’è il giorno,

e per te sola il cielo è sempre azzurro.

Le luci di taverna

non sono la mia meta

perché ho la luce in casa,

la luce che sei tu.

CORO:

Senza Euridice, Orfeo non è più niente.

Senza Euridice, Orfeo non canta più.

ORFEO:

Senza di te le selve, i prati, i fiori

sono l’inferno, sono larve vane.

Torna, Euridice, e prendimi per mano:

guidami fuori, verso l’armonia,

come la buona e sola amante mia.

(Il CORO esce, ripetendo l’ultimo verso. Accorre una PASTORELLA).

PASTORELLA:

Orfeo! Orfeo! Ti ho trovato, finalmente. Cessa ogni canto: non avrai più ragione di gioire. Devo darti una notizia crudele …

ORFEO (si alza):

Parla! Che sai di Euridice? Lei sola m’importa …

PASTORELLA:

Euridice è morta.

ORFEO:

Morta! Perché? Quando? Non tacere ormai: voglio solo soffrire.

PASTORELLA:

Aristeo, lo conosci? Quel giovane senza legge, la voleva, la tormentava, l’inseguiva … Essa lo respinse, ma stamane, verso il mezzogiorno, egli l’ha sorpresa alla fonte e, senza alcun ritegno, si è fatto avanti: la tua sposa, spaventata, si addentrò nella Selva Mala … e qui un serpente velenoso l’ha punta in un piede, ed è morta!

ORFEO:

O Euridice, sei stata fedele ad Orfeo fino alla fine! Ma come potrò sopportare un dolore così grande?

PASTORELLA:

Spegnerai il tuo dolore con la vendetta. Aristeo è scomparso, ma dovunque si nasconda, non ti mancano amici che sapranno scovarlo e consegnartelo.

(Entrano due PASTORI spingendo ARISTEO legato).

PRIMO PASTORE:

La ragazza ha previsto giusto, poeta Orfeo: ecco il tuo avversario.

SECONDO PASTORE:

Tutti noi rispettavamo Euridice. E tutti siamo con te, poeta. Ora puoi bere alla coppa della vendetta!

(Spingono il prigioniero ai piedi di ORFEO. ARISTEO è in ginocchio, muto, pronto a lasciarsi colpire).

PRIMO PASTORE:

Prendi questo coltello. Sgozzalo. Come una bestia malata!

SECONDO PASTORE:

Uccidilo! E’ tuo diritto!

TUTTI (indicandolo a dito):

Uccidilo! Uccidilo! Uccidilo!

ORFEO (lascia cadere il coltello che aveva alzato):

Le mie mani non sanno uccidere … sanno solo accarezz are il viso di Euridice, o le corde della mia lira. Vattene, Aristeo. Ed anche voi, vi prego, lasciatemi solo.

PRIMO PASTORE:

Come tu vuoi, poeta.

(Taglia la corda che lega le mani di ARISTEO. Questi esita un poco, poi se ne va, come gli altri. Si fa sera. ORFEO si siede. Si ode il canto di un usignolo. Riparte il sottofondo musicale, mentre rientra il CORO, di nuovo alle spalle di ORFEO).

CORO:

Quel rosignuol, che sì soave piagne

forse suoi figli o sua cara consorte,

di dolcezza empie il cielo e le campagne …

ORFEO:

Usignolo, piccolo amico, tu certo puoi restare, e piangere con me. (China il capo. Entrano i NARRATORI. Riprende il sottofondo)

NARRATRICE:

La luna sulle colline,

sul tetto del cielo le stelle d’estate

passano insieme, lente,

tra un impuro lieve di nuvole.

NARRATORE:

Il senso si abbevera tutto

del sapido umore dei boschi,

e l’ombra cadente non vince i grovigli

verdi, il serpe della strada che sale,

l’albàre delle case nella piana

immensa come un mare notturno.

NARRATRICE:

Qui, l’usignolo disperato

canta,

nascosto.

Quanto tempo!

La tua stirpe sembra fatata

per cantare la tristezza delle cose,

o usignolo segreto!

NARRATORE:

Ma chi viene

di sera

nel sentiero,

a udire il tuo messaggio struggente,

chi s’avvicina il mistero al suo cuore,

se non il poeta che è in ogni tempo?

Lui solo ha imparato a non morire,

qui insieme con te,

ed insegue la Fenice vermiglia

che spera un giorno di possedere,

l’uccello mai toccato,

forse mai visto.

NARRATRICE:

Lui solo sa che il tuo pianto

è solo d’amore,

come quello del mondo.

CORO:

Solo chi ha il cuore di pianto

comprende l’usignolo

e lo vede, nel buio.

NARRATORE:

Canti da sempre:

la compagna della dolcezza,

i piccoli della consolazione,

tutto il tuo nido offeso dal male,

i poeti lo sanno.

NARRATRICE:

Il tuo nido.

No, tu non lo rimetti al gioco della vita,

che il tuo pianto rinnega,

come Orfeo ferito.

NARRATORE:

E così solo Orfeo ha il canto,

e scende nel mistero,

perché non ha voluto

dimenticare.

E non importa se le fate della terra

puniranno la sua rivolta,

come di schiavo,

come se neppure una domanda

nata dal dolore

fosse concessa.

NARRATRICE:

In te, usignolo,

piange l’anima del primo poeta

e, dopo, di tutti.

NARRATORE:

Neppure ciò che l’amore vuole,

l’amore stesso può?

CORO:

Tu non tacere, usignolo! (pausa)

NARRATRICE:

Da allora l’usignolo è simbolo di poesia, come Orfeo. Ma torniamo a lui, che deve ancora chiarire a se stesso la propria volontà, il proprio futuro.

NARRATORE:

Ed ecco chi lo convincerà definitivamente: è facile immaginarlo, è il dio Amore. (Entra AMORE).

AMORE:

Orfeo! Orfeo! Ascoltami.

ORFEO (alzando il capo):

Chi sei? Un uomo o un dio?

AMORE:

Entrambi io sono. Fragile come un uomo, eterno come un dio. Non mi riconosci? Io sono dovunque, ed anche in te. Ascoltami: il tuo canto sa placare le belve, trascinare le montagne. Il canto è la tua arma. Va’ nella Selva Mala: in riva alla palude, presso una grande quercia stecchita, c’è una caverna. Lì è la porta degli Inferi! Scendivi, e prega Plutone che ti restituisca Euridice. Puoi farcela! Coraggio, va’!

ORFEO (balza in piedi):

Sì, voglio andare. Euridice tornerà con me nella luce … o io resterò con lei, nell’ombra. (SIPARIO-INTERVALLO)

ATTO IV

A sipario levato, apparirà in primo piano, sul proscenio, un gruppo di figure velate, in abiti neri (ANIME degli INFERI). Al partire della musica, esse prenderanno a danzare, con movimenti adeguati al tema della scena. Terminata la coreografia, il gruppo uscirà.

Resteranno così visibili i due personaggi protagonisti dell’atto (il dio PLUTONE e sua moglie PROSERPINA), seduti l’uno accanto all’altra sui rispettivi seggi. L’episodio si svolgerà in forme comiche: PLUTONE poggia i piedi su uno sgabello, ha una coperta sulle gambe ed una sciarpa. PROSERPINA porta uno scialle. Lui legge Il Corriere degli Inferi, lei la rivista Ade moda, spilluzzicando intanto, da un canestro, della frutta.

Lo sfondo è tenebroso, con fiamme, mostri, ecc. Si legge una scritta: ADE, UNDE NEGANT REDIRE QUEMQUAM.

Vi sono cartelli indicatori di direzione, quali:

FIUME ACHERONTE

TRAGHETTO: 1 OBOLO (solo andata)

CUCCIA DI CERBERO – Cave canem

UFFICI GIUDIZIARI – Giudice capo: dott. MINOSSE , e simili

…………

Altra possibilità scenica è quella di lasciare vuoto il palco al termine della coreografia. MINOSSE, sbuffando, porterà sul palco e disporrà opportunamente due seggi e un braciere. Si sente da fuori campo la voce di PROSERPINA:

PROSERPINA:

Minosse! Ricordati di NON accendere il fuoco nel braciere!

MINOSSE:

Ma … Signora … il Signore …

PROSERPINA:

Mio marito può dire quello che vuole, tu fai come dico io. Va bene?

MINOSSE (rassegnato):

Va bene, Signora.

MINOSSE esce. Entra PLUTONE, con fare ozioso: si dirige al suo posto, osserva con disappunto il braciere spento, si siede, annoiato …

(Si riaffaccia MINOSSE, con un vassoio di frutta e dei giornali).

MINOSSE:

E’ permesso, Signore?

PLUTONE:

Vieni avanti, Minosse. Che c’è?

MINOSSE:

La frutta per la Signora, mio Signore.

PLUTONE:

E che cosa ha chiesto oggi, per colazione, quella svampita di mia moglie?

MINOSSE (Appoggia il vassoio e tira fuori una lista. Legge):

Ecco qua. Una mela,

una pera,

due ciliegie,

due banane,

poi un CHIVI …

PLUTONE:

Si dice “chiui”. Ripeti con me …

MINOSSE e PLUTONE (sillabando):

“chi – u – i”, oh!

MINOSSE (riprendendo la lettura della lista):

E per finire, un … satanasso?

PLUTONE:

Ma che satanasso: quello, piuttosto, sarò io … Il nome esatto è “a – na – nas – so”! Capito?

MINOSSE:

Il fatto è che con questi nomi esotici mi confondo. Vedo isole lontane, spiagge assolate …

PLUTONE:

Non farti venire fantasie, che non è roba per te.

MINOSSE:

Non posso andare in vacanza?

PLUTONE:

No. Tu devi mantenere la tua dignità di giudice degli inferi!

MINOSSE:

Però, mi tocca fare anche il cameriere, il fattorino, il factotum …

PLUTONE:

Dai, non brontolare. Un giorno ci manderanno in vacanza tutti quanti, dèi inferi e dèi sùperi … va’, dammi il giornale.

(MINOSSE gli porge una rivista)

PLUTONE:

Non questo. Questo è di mia moglie. Ti sembro uno che legge Ade moda?

MINOSSE:

Chiedo venia. Eccolo qua. (Gli porge Il Corriere degli Inferi, tipo quotidiano)

PLUTONE (infastidito):

Come sempre, l’hai già sfogliato tu …

MINOSSE:

Lo faccio per poterti dare le anteprime …

PLUTONE:

Ma bravo. E che anteprima c’è oggi?

MINOSSE (allegro):

Buone notizie, mio Signore! E’ scoppiata la guerra fra Troia e la Grecia: si prevedono, per vari anni, molti nuovi arrivi, di morti.

PLUTONE:

Inutile che specifichi … già … dieci anni durerà ‘sta guerra, te lo dico io, tutto per una donna – certa Elena – destinata a invecchiare, a morire … E per lei, quanti poveri figli di Grecia …

MINOSSE:

E quanti figli di Troia! Ora, col tuo permesso, devo andare in tribunale.

PLUTONE:

Va’, va’. Buon lavoro!

(MINOSSE esce, PLUTONE lo segue un po’ con lo sguardo, accennando un gesto di scongiuro, poi prende a sfogliare il giornale)

Vediamo i particolari … dunque, il pomo della discordia lo so … il catalogo delle navi, dev’essere una pizza …

(Entra intanto PROSERPINA, annoiata. Viene a sedersi, prende la rivista di malavoglia).

PROSERPINA:

Che noia, che barba, che stufa!

PLUTONE (continuando a leggere):

Pina, su, sta’ buona …

PROSERPINA:

Non chiamarmi Pina, che mi fai venire i nervi: mi chiamo Prosèr … pina!

PLUTONE:

Ma era un vezzeggiativo …

PROSERPINA:

Sì, quello della moglie di Fantozzi.

PLUTONE:

Insomma … che cos’hai oggi, da lamentarti sempre? In fondo sei la regina di questo mio regno!

PROSERPINA:

Ah, sì: bel regno! Ti sei fatto trattare bene, dallo zio Giove: lui si è tenuto il cielo, a Nettuno ha dato il mare, e a te ti ha lasciato questo misero posto, il più sfigato …

PLUTONE:

Un po’ più di rispetto per tuo zio, cara. E’ pur sempre il sommo dio.

PROSERPINA:

E ti ha imbrogliato, da dio …

PLUTONE:

E parla piano, per piacere.

PROSERPINA:

Hai paura che i morti vadano su, all’Olimpo, a riferire? Son morti, mica ruffiani.

PLUTONE:

E smettila. Sembra che qui sia tutto una schifezza, e che io per te non faccia mai niente! Pensa solo un attimo a quanto mi costa importare quaggiù tutta ‘sta frutta, per soddisfare il tuo ultimo capriccio: la dieta natural …

PROSERPINA:

Non essere avaro. Potrò permettermi uno sfizio, i miei frutti, almeno?

PLUTONE (toccando il braciere e i ceppi spenti):

Sì, ma per tenerli freschi, non si può più accendere il fuoco!

PROSERPINA:

Pensa a quello che ti risparmi in luce e riscaldamento. Non sarà una banana a mandare in rovina l’inferno! … e poi, non è mica colpa mia se qui non cresce niente. Perfino io, Proserpina, qui son diventata sterile! E dire che mia madre è la dea delle messi, e che io, appena vado su, ti faccio … la Primavera! Qui invece …

PLUTONE (comincia ad irritarsi):

Qui invece mi fai due … (gesto eloquente …)

PROSERPINA (piccata):

Guarda che, se non t’andavo a genio, non dovevi rapirmi, quel giorno, sull’Etna … Invece di portarmi qui, mi lasciavi con la mamma. Tanto, da parecchio tempo, sei … freddo freddo ….

PLUTONE:

Che vorresti insinuare?

PROSERPINA:

Conosci il proverbio: chi va con lo zoppo impara a zoppicare?

PLUTONE:

Beh, e allora?

PROSERPINA:

Allora si vede che, a furia di stare coi morti, ti si è morto anche … qualcosa …

PLUTONE:

Adesso esageri. Se non fosse come fare uno sgarbo a mio fratello, ti rimanderei subito … di sopra. Altro che sei mesi con me e sei mesi con tua madre!

PROSERPINA:

E dove la troveresti un’altra ragazza disposta a sposarti, e a trasferirsi qui, eh?

PLUTONE ( perde definitivamente la pazienza, si alza e l’afferra):

Basta. Preferisco tornare a fare … il solitario! Adesso ti riporto dalla mamma.

PROSERPINA (si spaventa):

Non … dirai sul serio … non mi farai questo, vero? Pluto, Plutoncino …

PLUTONE (si risiede):

Ma tu, la smetti di fare l’impertinente bambina capricciosa perenne?

PROSERPINA:

Sì … dai, facciamo pace?

PLUTONE:

Pace.

PROSERPINA:

Bacio?

PLUTONE:

Bacio. (Si mandano un bacio … Breve pausa di silenzio e di calma. I personaggi riprendono le loro letture).

PROSERPINA:

Pluto. Caro …

PLUTONE:

Sì …?

PROSERPINA:

E’ vero che lo zio Giove è anche mio papà?

PLUTONE:

O dèi santissimi, queste cose chiedile a mamma tua, se proprio ci tieni …

PROSERPINA:

Ma, se così fosse, essendo che lui è tuo fratello, e il fratello della mamma, sarebbe che è anche mio cognato e tuo suocero, o no?

PLUTONE:

Il mal di testa, questa vuol farmi venire oggi, lo so! Mettiamola così: Giove è … tutto. Adesso, mi lasci leggere?

PROSERPINA:

Però, sposarsi con le sorelle: non c’è mica religione. Vero, caro?

PLUTONE:

No, non c’è la religione, c’è la mitologia, che per sua natura è un casino. Va bene? (Altra breve pausa)

PROSERPINA:

Caro …

PLUTONE:

Che c’è adesso?

PROSERPINA:

Cosa leggi?

PLUTONE:

Leggo Il Corriere degli Inferi: lo sai che devo tenermi informato di quello che succede qui, di chi va e di chi viene …

PROSERPINA:

Potresti chiedere di allacciarti alla rete, e navigare in Intermort … sì che saresti aggiornato, e moderno.

PLUTONE:

Che ti devo dire? Per me la morte è una cosa ancora troppo seria e solenne, non adatta a queste tecnologie … (Si sente una musica). Ma che succede? Che cos’è questo suono?

PROSERPINA:

E’… una melodia dolcissima … ascolta, mio sposo, ascolta.

Entrano i NARRATORI.

NARRATORE:

E’ tempo che Plutone e Proserpina depongano i panni comici di cui il regista li ha vestiti, e riassumano quelli più nobili e dignitosi della divina coppia degli Inferi.

NARRATRICE:

E mentre avviene il passaggio dal quarto al quinto atto, godiamoci anche noi questa musica squisita!

ATTO V

(La scena è la stessa, ma i personaggi vi agiranno ora in forma drammaticamente seria. Mentre prosegue il sottofondo musicale, si sente la voce di ORFEO, la cui figura si intravede sulla soglia, a destra).

ORFEO:

Del tempo varcherò l’oscure porte,

proverò se pietà quivi s’impètra.

Forse potrò mutar la dura sorte

coi lacrimosi versi, o dolce cetra.

Forse pietosa si farà la morte,

che’ già cantando abbiam mosso la pietra,

la cerva e il lupo insieme abbiam raccolti,

trascinate le selve, e i fiumi svolti.

(pausa)

Entra, dalla parte opposta, MINOSSE.

MINOSSE (a PLUTONE):

Mi hai fatto chiamare, mio Signore?

PLUTONE:

Sì, o Minosse. Desidero sapere chi è costui, che, con un canto così dolce e con così grande coraggio, sta per varcare l’ultima soglia e presentarsi al cospetto del dio dei morti!

MINOSSE:

Come tu stesso puoi vedere, o sovrano della Notte, egli non appartiene ancora a questo regno. Per il resto, io so solo che discese quaggiù lungo una via proibita, contro la legge dei fati. Attento dunque, o Plutone: chi è venuto a te prima del suo tempo, lo ha sempre fatto per portare offesa e violenza alla giusta armonia dell’universo. Ricordi Ercole, che rapì il tuo cane? E Teseo, l’eroe folle, che tentò di violare la tua stessa nobile sposa?

PROSERPINA:

E’ tutto vero quello che ricordi, o giudice Minosse. Ma sento che costui è diverso, che non conosce il male. Non hai sentito la eloquente dolcezza della sua musica? Non si viene ad offendere con la dolcezza.

MINOSSE:

Se è per questo, ho veduto effetti stravolgenti. La ruota a cui ho condannato il criminale Issione si è fermata, Sisifo scellerato non spinge più la sua pietra, Tantalo non pare più sentire la fame e la sete che di solito lo divorano: tutti i dannati, tutti i morti stanno come sospesi, incantati, nell’attesa che quel poeta ricominci …

PLUTONE:

Perfino Cerbero, non sento più latrare, dalle sue tre gole …

MINOSSE:

Già. Ma proprio per tutto ciò, io non mi fido …

(Si ode uno sgangherato rumore di ferro: ORFEO ha varcato la soglia. Riprende quindi la melodia. Anche il CORO s’affaccia).

ORFEO:

Pietà, pietà! Del misero amatore

pietà vi prenda, o spiriti infernali!

Qua giù m’ha scòrto solamente Amore,

volato son qua giù con le sue ali.

Posa , Cerbero, posa il tuo furore,

che’ quando intenderai tutti i miei mali,

non solamente tu piangerai meco,

ma qualunque è qua giù nel mondo cieco.

CORO:

Pietà, pietà, del misero amatore …

ORFEO:

Non bisogna per me, Furie, mugghiare,

non bisogna arricciar tanti serpenti.

Se voi sapessi le mie doglie amare,

fareste compagnia ai miei lamenti.

Lasciate questo miserel passare,

c’ha il ciel nemico e tutti gli elementi,

che vien per impetrar mercé da Morte:

ora del cuor apritegli le porte.

CORO:

Pietà, pietà, del misero amatore. (Segue pausa)

PROSERPINA:

Prosegui, poeta, non aver timore: concludi il tuo canto.

ORFEO:

O regnator di tutte quelle genti

c’hanno perduta la superna luce,

al qual discende ciò che gli elementi,

ciò che natura sotto il ciel produce,

udite la cagion dei miei lamenti.

Pietoso Amor dei passi nostri è duce:

non per Cerber legar fo questa via,

ma solamente per la donna mia.

CORO:

Pietà, pietà, del misero amatore!

ORFEO:

Una serpe, tra i fior nascosa e l’erba,

mi tolse la mia donna, anzi il mio còre,

ond’io meno la vita in pena acerba

né posso più resistere al dolore.

CORO:

Pietà, pietà, del misero amatore!

ORFEO:

E se memoria alcuna in voi si serba

del vostro celebrato, antico amore,

se la vecchia rapina a mente avete,

Euridice mia bella mi rendete.

CORO:

Euridice sua bella gli rendete!

(ORFEO si getta ai piedi del dio. Pausa).

PLUTONE:

Ebbene, tu che cosa dici, Proserpina?

PROSERPINA:

Hai udito, mio sposo? Egli ci rammenta la nostra storia, quando tu, per amor mio, uscisti col tuo cocchio fiammeggiante dall’abisso, e mi rapisti, ancora fanciulla, mentre coglievo fiori per mia madre nei giardini dell’Etna. Sono commossa per questo immenso amore … umano.

PLUTONE:

Dunque, che vuoi ch’io faccia? Devo restituire a questo poeta la sua sposa?

PROSERPINA:

Sì, mio signore. Te lo chiede, per amor tuo, la tua sposa.

PLUTONE:

E sia così. Anch’io sono commosso, anch’io so che vuol dire Amore.

(si volge ad ORFEO)

Ascoltami, poeta: io ti restituisco Euridice, ma ad un patto, che non dovrà sembrarti assurdo. Guai! Euridice ti seguirà lungo la buia strada che hai percorso, ma tu non la guarderai in viso, finché non sarete tornati nel mondo della luce.

MINOSSE:

Rifletti, mio Signore. Se qualcosa non andasse per il verso giusto? L’uomo si può consolare di una morte, ma di due morti?

PLUTONE:

Così ho deciso, ormai. Ora tutto dipende da Orfeo …Va’ dunque, poeta!

Io son contento che a sì dolce plettro

s’inchini la potenza del mio scettro!

MINOSSE (brontolando tra sé):

Mah! Sarà … io però non approvo, queste cose irregolari …

(PLUTONE batte le mani e compare MERCURIO, con una donna velata per mano).

MERCURIO:

Sorgono i soli, cadono le lune,

anime rubo, e poi dono fortune.

Servo uomini e dèi, ma non m’infurio:

son ponte fra due mondi, son Mercurio!

(MERCURIO fa un inchino, quindi consegna EURIDICE ad ORFEO. La coppia s’avvia, ed uscirà dalla scena attraverso il pubblico. Intanto, irrompono in scena le ANIME degli INFERI, gelose, gridando: GUARDALA! GUARDALA! Escono anche i due NARRATORI, che invece diranno: NON GUARDARLA! ORFEO, ASPETTA! ASPETTA!)

Il CORO:

Prima voce maschile: Orfeo! Orfeo!

Seconda: Che cosa porti con te?

Terza: Un sogno?

Quarta: O … la verità?

Prima: Parla!

Terza: Che cosa dobbiamo fare, noi, uomini comuni?

Prima voce femminile: Guardare? O non guardare?

Seconda: Vedere? O non vedere?

Terza: Sapere o non sapere?

Quarta: Cercare, per capire …

Quinta: Capire ed annunciare …

Tutti: Orfeo, svelalo tu!

L’atto si chiude nel parossismo musicale e fonico.

EPILOGO

(La scena torna ad essere quella degli atti II e III: il bosco, con la fontana. Si vedono EURIDICE, giacente, ed ORFEO, in ginocchio su di lei, con la faccia tra le mani. Entrano i NARRATORI).

NARRATRICE:

Povero Orfeo! Non ce l’ha fatta a rispettare quel patto! Pare che Euridice insistesse a stuzzicarlo, con fanciullesca ingenuità, già dimentica della morte: “Non mi guardi neppure? Non sono più bella? Non mi ami più come prima … Ma perché sei venuto a riprendermi, se neppure mi degni d’uno sguardo fuggevole? Sei crudele, Orfeo …”

NARRATORE:

Povera Euridice! Bisogna capirla: non diceva queste cose per vanità, ma per amore della vita. Dopo quello che aveva passato!

NARRATRICE:

E così Orfeo non ha resistito, si è voltato per rassicurarla, e l’ha perduta un’altra volta.

NARRATORE:

Erano ormai quasi sulla soglia, in vista della luce. Disperato, Orfeo l’ha presa sulle sue braccia e l’ha portata fuori dall’abisso, fuori dalla Selva Mala, all’ombra dolce dei loro boschi … ma Euridice era solo un corpo morto, che Orfeo ancora veglia, solo, nel dolore.

NARRATRICE:

Ora, secondo la tradizione principale della storia, lo attende una morte atroce, ucciso e sbranato dalle furiose Baccanti, perché rifiuterà la loro offerta di oblio, di gioia e d’amore …

NARRATORE:

Orfeo, eccoti vittima sacrificale, immolata al ghigno beffardo di Diòniso …

(Entra un gruppo di BACCANTI, che prendono a danzare al ritmo di un’adeguata musica, sempre più frenetica, avvinghiando il poeta sbigottito … Esse saranno scacciate dall’apparizione in scena del dio AMORE).

AMORE:

No, stavolta non permetterò questa conclusione della storia! (Si rivolge quindi ad ORFEO). Orfeo, ascoltami!

ORFEO ( volgendosi, rassegnato):

E’ finita, ho fallito. Ho tentato di ritornare agli Inferi, ma Cerbero e le Furie me lo hanno impedito. Evidentemente l’arte ha un limite, per quanto estremo. Ed anche l’amore.

AMORE:

Credi? Io ti dico invece che l’arte mi deve obbedienza, perché anch’essa è amore. E sarai proprio tu, Orfeo, a proclamare questa verità nel tempo futuro degli uomini. Rasserenati dunque: e ascolta la bella notizia. Anche Giove ha saputo della tua storia, ha avuto pietà del tuo dolore e ti restituisce Euridice. Per sempre! Capisci?

ORFEO:

Per sempre …

AMORE:

Il dramma che recitiamo è mutato! Sfiora il suo viso, Orfeo!

(ORFEO bacia lievemente EURIDICE e questa si sveglia, sorridendo …)

ORFEO:

Euridice … tu ritorni alla vita …

EURIDICE:

No … io ritorno a Orfeo!

NARRATRICE:

Amore ha trionfato! E lor signori, per il cui piacere abbiamo perfino mutato la storia, se si sono divertiti, ci concederanno il premio dell’applauso …

NARRATORE:

Aspetta! Aspettate! Manca l’epigrafe di congedo. A voi, CORO!

CORO:

Vissero i tronchi e l’erbe,

vissero i boschi, i fiori,

e dèi e ninfe, un dì.

NARRATORE e NARRATRICE:

Vissero Orfeo, Euridice,

e il loro grande amore

neppure oggi finì!

Le due coppie si abbracciano.