BRUNO CIVARDI
Nonno Stalin
Romanzo- Genesi Editrice, Torino 2018
Il romanzo si configura quasi come un diario di tre anni scolastici, dal 1958 al 1961, vissuti con intensità dalla piccola Marilena, una bambina saggia e diligente, figlia unica di un’umile coppia: Natalino, operaio fisarmonicista, e Lina, di origini contadine, che fa la sarta. La famigliola vive in un palazzo di quattro piani chiamato “il Grattacielo”, alla periferia di una piccola città dell’Oltrepò pavese (Stradella: ma non se ne fa mai il nome). I personaggi che ruotano intorno ai protagonisti sono moltissimi: le compagne di classe e i compagni di gioco di Marilena, i parenti e i conoscenti, il medico e la maestra, il padrone di casa e gli altri inquilini: una folla variegata, che potrebbe giustificare per Nonno Stalin la definizione di “romanzo corale”. Nonno Stalin è un grande ritratto del leader sovietico, sospeso sopra il letto matrimoniale di Giuseppe e Romilda, genitori di Mario e Mara, gli amichetti di Marilena. Nella famiglia comunista (peraltro assai disastrata) il Barbisone ha preso il posto della Madonna con Gesù, assumendo anche il ruolo di secondo nonno per i due bambini di casa. Natalino è invece di fede socialista e sua moglie Lina è cattolica e democristiana. I bambini però non danno peso, almeno fino a un certo punto, a simili categoriche divisioni. Il romanzo è raccontato in gran parte dal punto di vista dei bambini, per cui le persone e i fatti sono sempre un po’ paradossali o, al contrario, molto semplici e comunque sempre da accettare. Due sono i palcoscenici principali: il Grattacielo e la scuola. Il primo è dimora di molti personaggi ai margini della legge e della società: ubriaconi e ladri, approfittatori e imbroglioni, che non pagano l’affitto e tirano a campare arrangiandosi. La famiglia di Marilena e pochi altri costituiscono un’eccezione. C’è il giovane Pierangelo, cui nessuno compra i libri di scuola: e lui se li fa prestare dai compagni e li ricopia di notte. Non mancano figure tragiche, come i coniugi Tino e Tina, ritornati ricchi dalle Americhe, ma destinati alla follia e ad infelice morte; o figure patetiche, come l’Ercole Gallinotti, che per onorare la memoria di Fausto Coppi progetta l’impresa di andare in Africa in bicicletta, ma giunto al ponte sul Po torna mestamente indietro. Il secondo palcoscenico, la Scuola Elementare, vede Marilena primeggiare su tutte le compagne, spinta dalla volontà di salire, grazie all’istruzione, i gradini della scala sociale: invano le più invidiose e ricche coetanee la umiliano, disprezzando sfacciatamente i difetti fisici e la povera laboriosità dei suoi genitori. Marilena trova un punto importante di riferimento nella nuova maestra, la signora Ardenghi, severa e tradizionale, ma anche intelligente e innovatrice. Giunta alla quinta, Marilena avrà imparato varie cose, sia dalla scuola che dalla vita. Quest’ultima sta ormai per separare coloro che furono bambini e amici. Marilena non può e non vuole fidanzarsi con il Mario, mentre prova una certa attrazione per il Pierangelo, educato e laborioso, come è lei stessa. A chi apparterrà il futuro? La maestra intanto ha promosso una gara teatrale tra le quinte, sul tema del Risorgimento (è il 1961, l’anno del centenario): sarà l’ultima gara di Marilena bambina, soprattutto con sé stessa: dopo incomincerà un tempo nuovo. Modello del romanzo sembra essere il Cuore di De Amicis. Ma rispetto al vecchio libro tutto è cambiato, ribaltato. Il protagonista non è il rampollo di una ricca e colta famiglia borghese, né d’altra parte un proletario ribelle, velleitario e trasgressivo. E’ una brava bambina, figlia di due persone modeste e dignitose. L’autore va controcorrente proprio perché sceglie quali protagonisti gente positiva e “normale”. Cambia anche lo scenario sociale e cittadino, e naturalmente quello temporale: siamo in un piccolo centro di provincia, alla fine degli anni Cinquanta, con tante speranze all’orizzonte. Cambia la scrittura, improntata alla leggerezza, al garbo poetico, ora ironico ora malinconico. Frequenti nel testo sono i dialoghi, non solo quelli tra bambini: e tutti appaiono di grande freschezza e genuinità.

Premio I Murazzi per l’inedito 2018 (Dignità di stampa)
CITAZIONI CRITICHE
Nonno Stalin
Con poche parole l’autore riesce a dare i colori ed il contesto delle scene, nonostante le descrizioni siano quasi assenti. I personaggi acquistano carattere con battute e gesti
Come nei migliori racconti basati sulle memorie d’infanzia, l’autore sa costruire molto bene le immagini dei personaggi, che riesce a caricare di quel senso di magia, o di fiaba, proprio dello sguardo infantile
Scrittura sorprendentemente evocativa, che immerge il lettore in un vivo microcosmo della provincia italiana anni Cinquanta
Uno spaccato della provincia e dell’Italia che non c’è più, tratteggiato con grande precisione e insieme con passione. I colori del tempo e le scelte linguistiche concorrono a pieno titolo a ridare vita e forma ai personaggi e alle situazioni
Una splendida cavalcata nella memoria, attraverso tempi e luoghi familiari, ma posti tra realtà e fantasia
Un altro esempio di scrittura lieve, di penna raffinata
Un libro evocativo di atmosfere passate, molto bello, anzi … semplicemente meraviglioso
Nella cornice di un paese ai piedi della collina, vive un microcosmo di personaggi che diventano familiari.
Sentiamo il desiderio di girare pagina e conoscere la loro vita, che a volte, in un fatto, in un episodio almeno, si trasforma in un’epica avventura, o nella sua possibilità, magari sprecata
Modello del romanzo sembra essere il Cuore di De Amicis. Ma rispetto al vecchio libro tutto è cambiato, ribaltato. Il protagonista non è il rampollo di una ricca e colta famiglia borghese, né d’altra parte un proletario ribelle, velleitario e trasgressivo. E’ una brava bambina, figlia di due persone modeste e dignitose. L’autore va controcorrente proprio perché sceglie quali protagonisti gente positiva e “normale”. Cambia la scrittura, improntata alla leggerezza, al garbo poetico, ora ironico ora malinconico
Tenero omaggio all’amore di una vita, delicata narrazione o meglio “poesia” della memoria, attenta e affettuosa ricostruzione di un “piccolo mondo antico” ormai irrimediabilmente scomparso, embrionale “romanzo di formazione”, capace di trasfigurare e caricare di significati simbolici, universali e senza tempo, una umile e minuta vicenda fondamentalmente reale …
Libro che si legge d’un fiato, trascinati in quella fine degli anni Cinquanta della nostra infanzia che l’autore fa rivivere benissimo, tra dati storici, cronaca e fini sentimenti. La bambina, Marilena, è un incanto
E’ un libro in cui senti che ogni cosa fluisce, che tutto scorre …
Riconosci qui la scrittura come possibile integrazione ed elaborazione di una grave perdita, con la forza intoccabile del ricordo e dell’ideale da un lato, dall’altro come incentivo per l’autore a “rigenerare” se stesso, secondo una prospettiva di futuro ancora pieno di speranze
Bruno Civardi è uno che nella sua vita ha osservato, studiato, memorizzato situazioni, volti, atmosfere. Moderato, misurato, sempre. Lo si capisce quando fa rivivere episodi, cioè li rivive lui, e ha poca importanza che il tutto sia ambientato a Stradella. Si parla di un’Italia che è stata, che è figlia di un’epoca di passaggio fra due cipolle per cena e il primo televisore in casa
Bello fin dal titolo, accattivante e spiazzante nello stesso tempo, che rimanda a un solo episodio dentro l’immensa congerie dei fatti e dei personaggi: eppure sa darci l’atmosfera di quegli anni. Ho ritrovato colori e temi della mia stessa infanzia …
Il libro rievoca profondamente la dimensione corale della vita di quei tempi, quando, insieme, le persone potevano meglio sopportare eventi avversi, che allora avvenivano senza grandi perché. Si accettava il destino con maggiore dignità, forti di un sostegno collettivo che oggi smarrito
E’ un ‘doppio intreccio’ della narrazione, quello di cui Civardi ci dà conto, destreggiandosi brillantemente tra una dimensione emotiva sempre molto presente e un continuo rimando tra la grande storia come scenario comune e la storia individuale dei protagonisti. Con sensibilità e talvolta con affettuosa ironia, con un mix di distacco e di partecipazione, mai nascondendo le difficoltà e le ombre …
Marilena, bambina matura, saggia ed educata; Marilena, che già avverte il tramontare dell’infanzia; Marilena, che sente manifestarsi, con alcuni interrogativi o con il desiderio, spesso ingenuo, di prendere una posizione, le prime avvisaglie dell’età successiva; Marilena, che è il massimo della diligenza, del senso di equilibrio, della voglia di imparare e conoscere; Marilena, che avverte i primi timidi turbamenti emotivi: Marilena (con i suoi genitori) rappresenta sicuramente la cifra, la chiave di lettura del vero e proprio carattere di ‘romanzo di formazione’che il racconto rappresenta e trasmette.
Il libro è un atto d’amore, nasce dall’amore. Riflettiamo bene: un libro fatto per una persona (quasi un libro-persona) è un grande omaggio, e non facile. L’autore si chiede infatti: che cosa pensava, come pensava, quella persona (lei, la persona amata) da bambina? E si impegna a vestire i panni della persona amata, in un atteggiamento di ricerca, di conoscenza … ritorna bambino, si fa bambina … ci sono tanti occhi che guardano e pensano nel romanzo: l’autore si è moltiplicato in tanti occhi, molti dei quali sono infantili. Ma poi c’è anche il suo vero occhio …
Molti i temi. Non solo l’impegno, il lavoro, lo studio, la lettura, la scuola … insomma tutti gli elementi ideologici della famiglia di Marilena; oppure il contrario di tali valori nella tavola morale dei Platé o dei Gallinotti … c’è anche il tema della malattia, quello della morte (che è sottilmente presente quasi ovunque), c’è il senso triste del fallimento, ci sono la colpa e l’espiazione …
Il romanzo è tutto un’elegia, una dolce e mesta poesia della provincia, del “piccolo mondo antico” a cavallo tra gli anni Cinquanta e Sessanta