Personaggi ed interpreti

I personaggi di Euripide sono tutti molto ben caratterizzati, in particolare quelli femminili. La loro femminilità è molto forte, per quanto diversa nelle sfumature. Le Troiane sono una tragedia tutta al femminile, tanto che è stato necessario introdurre le figure dei due soldati  greci (accanto a Poseidone, Taltibio e Menelao) per dare un po’ di spazio anche agli uomini …

Figlio di Cronos e di Rea, fratello di Zeus e di Ades, ebbe in sorte il governo del mare, nei cui abissi risiedeva, insieme con la sposa Anfitrite. Come appare dalla Iliade, fu nemico di Troia, perché il re Laomedonte (padre di Priamo), per il quale Poseidone ed Apollo avevano costruito le mura della città, gli aveva negato la dovuta mercede. Tra i suoi molti figli, è opportuno ricordare il ciclope Polifemo: per vendicarne l’accecamento (cfr. Odissea, IX), il dio perseguitò Ulisse, impedendone a lungo il ritorno in patria. Suo emblema era il tridente, con cui scuoteva la terra e sollevava le onde. Gli erano sacri il cavallo, il pino e il delfino. Il suo culto era diffuso in tutta la Grecia.

Nel Prologo delle Troiane, Poseidone non sembra collerico e puntiglioso come la tradizione lo raffigurava, né tanto meno appare nemico dei Troiani. Le sue parole sono piuttosto quelle di un vecchio saggio, al di sopra delle parti. Si tratta di parole assai forti: Euripide si serve della maestà di Poseidone per denunciare l’insensatezza e gli orrori della guerra. Poseidone se ne tira fuori (proclama infatti: “Ha vinto l’odio implacabile di Era e di Atena”). Anche le crude conseguenze del conflitto vengono da lui còlte con efficacia, e sua risulta la prima descrizione delle infelici prigioniere: “Il fiume rimanda le grida delle Troiane, tratte a sorte per l’uno o per l’altro guerriero … Ecuba, strazio vivente, come puoi ancora sopportare il pianto e l’angoscia?”.

La scelta euripidea di evocare Poseidone, invece di Apollo, si spiega razionalmente con il fatto che Poseidone simboleggia le forze della natura: a tali forze deve appellarsi Atena, affinché la punizione dei Greci non appaia come un “fatto privato”, una semplice vendetta per l’offesa da Aiace, che ha osato stuprare Cassandra nel tempio della dea. Con il coinvolgimento di Poseidone, si può dire che la natura venga invitata a ribellarsi alla tracotanza e agli abusi dell’uomo. Inoltre Euripide attua una sottile captatio benevolentiae nei confronti del suo pubblico, dato che Atena e Poseidone erano le due divinità più venerate nell’Attica.

Salire sul palcoscenico non è facile come sembra. All’inizio mi sentivo impacciato, anche perché sapevo poco dell’argomento e stentavo ad imparare a memoria tutta la parte. Quando ho incominciato a sapere le parole, molti errori di espressione e di atteggiamento sono stati più facilmente corretti. Ma interpretare un antico dio greco non è semplice: la cosa impone assoluta serietà, solennità (ieraticità, come insiste a precisare il professore). Dall’apertura del sipario fino a tutta la durata della mia parte devo mantenere una postura quasi immobile, e sempre e comunque un contegno adatto, che sia ben percepibile e visibile. La voce è una componente essenziale, e deve risultare impostata in modo appropriato. Penso di essere a buon punto nella mia preparazione, anche se – provando e riprovando, indefessamente, come facciamo ormai da ottobre – potrò ancora migliorare, in vista del debutto.

Pallade Atena è figlia di Zeus, nata direttamente dal capo di suo padre. E’ la personificazione dell’intelligenza e della sapienza, e la protettrice di tutte le arti. Ma è anche una dea guerriera, rappresentata per questo con elmo e scudo. Il suo carattere è severo e rigoroso, fino alla freddezza. La tradizione mitica la rappresenta sempre come vergine (Parthènos) insensibile ed anzi ostile all’amore.

Nella tradizione omerica appare irriducibilmente ostile ai Troiani, per l’offesa arrecata a lei (come ad Era) dal principe Paride, che aveva giudicato più bella Afrodite e preferito l’amore di Elena al dono della sapienza (e della forza). Nella Iliade assiste in particolare Achille e, nel momento del duello decisivo dell’eroe greco con Ettore, tradisce il troiano, presentandosi a lui sotto le sembianze di Deifobo e promettendogli una ingannevole assistenza (XXII).

Nella tragedia Atena, che fino a quel momento aveva agito in favore dei Greci, chiede aiuto al dio del mare Poseidone perché vuole rendere doloroso agli Achei il ritorno. La sua ira è stata scatenata dall’oltraggio recato da Aiace d’Oileo alla vergine Cassandra, presso l’altare del tempio a lei consacrato, e dalla mancanza di una qualsiasi riprovazione di quel gesto da parte degli altri Achei. Noi moderni potremmo obiettare che la punizione dei Greci sarebbe meglio motivata da tutti gli atti di empietà e di violenza che i vincitori stavano commettendo su un intero popolo, non solo dall’offesa ad Atena, che si sente punta sul vivo ed interviene per quel solo gesto. In ogni caso Euripide voleva che si riflettesse sulla morale comune di quel tempo ( e non solo … ), che tendeva a considerare lecito ogni abuso commesso sui perdenti.

Nel testo del professore, Atena compare già all’apertura del sipario, accanto a Poseidone. E’ un momento importante, che richiede attenzione, in quanto dal monologo del dio e poi dal dialogo fra i due numi emergono gli antefatti del dramma ed insieme si prospetta la conclusione della vicenda. La dea espone il suo progetto di vendetta e le ragioni dell’imminente destino di un’armata appena trionfante, chiedendo e ottenendo aiuto dal dio del mare, affinché le onde si sollevino in vortici di morte e le sponde dell’Egeo si riempiano di miseri corpi annegati. Il ruolo giocato da questo personaggio può sembrare semplice ad una valutazione superficiale. Invece, io penso, richiede una grande serietà di impegno e uno sforzo di immedesimazione, che sto portando avanti da tempo. La dea, in quanto tale, deve apparire maestosamente fredda e dura; questo suo atteggiamento deve trasparire dalle sue parole, ma non solo: ella sta immobile, in figura superba e orgogliosa, con uno sguardo fisso e gelido. E anche quando dialoga con Poseidone sembra sfuggirne lo sguardo …

Figlia del re frigio Dimante (così nella Iliade e in Ovidio) o del tracio Cisseo (come è detto in Euripide e in Virgilio), Ecuba è la seconda moglie di Priamo, re di Troia, madre di ben 19 dei 50 figli del sovrano, tra i quali Ettore, Paride, Deifobo, Elèno, Cassandra, Polissena, Polite, Polidoro. Dopo la caduta della città, fu assegnata come schiava ad Ulisse. Il mito vuole che, avendo appreso in sogno dall’ombra di Polidoro che il re di Tracia Polinestore – cui il fanciullo era stato affidato insieme ai tesori di Troia – si era macchiato della sua uccisione, Ecuba gli avesse strappato gli occhi e per questo fosse stata condannata alla lapidazione. Ma sotto il cumulo delle pietre, invece del suo cadavere, si trovò una cagna con gli occhi di fuoco. In realtà sono parecchie le varianti del mito circa la sua fine. Ma Ecuba divenne comunque l’emblema della caducità o instabilità della fortuna umana. Come tale, la sua figura compare in molti drammi antichi: oltre che delle Troiane, è protagonista della Ecuba di Euripide (422) e delle Troades di Seneca.

Ecuba è il personaggio principale della nostra tragedia, quasi sempre sulla scena, anche se non sempre parla. Prostrata davanti alle mura sbrecciate della sua città, di cui è il simbolo vivente, Ecuba ha perduto tutto ciò che possedeva: il suo sposo è stato sgozzato sull’altare di Zeus, i suoi molti e valorosi figli sono tutti caduti in battaglia, le sue figlie si apprestano a diventare schiave e concubine dei vincitori, mentre la più piccola, Polissena, è stata offerta quale vittima espiatoria sulla tomba di Achille. Il suo animo è straziato per le numerose perdite e per la consapevolezza che non ci sarà pietà neppure per lei, benché vecchia e quasi bisognosa del bastone: il suo destino è quello di essere trascinata in Grecia, a servire un uomo che disprezza profondamente, ovvero il perfido Ulisse, sovrano di Itaca.

All’interno di tutta la storia risulta evidente un particolare attaccamento nei confronti della figlia Cassandra, che vede trovarsi in una condizione più fragile di tutte, perché preda della follia, fanciulla totalmente indifesa … Non è così, come bene appare dalla scena 2 del II episodio, in cui Cassandra rivela una forza sconvolgente.

Ecuba è comunque molto affezionata a tutte le sue bambine e nutre grande amore anche per la nuora Andromaca, la sposa del suo caro Ettore, accolta e trattata come una figlia. Con lei condivide una scena di forte impatto emotivo ed un momento straziante: l’annuncio della morte del nipote Astianatte (Episodio III). Come le altre troiane, la regina nutre un odio feroce verso Elena, vista come responsabile di tutto il dolore che ha colpito il suo popolo; ma cela questo sentimento fino all’incontro con la spartana e al confronto dialettico con lei: qui esprime finalmente tutto il suo rancore e il suo sarcasmo, nonché la speranza che ci sia almeno alla fine un po’ di giustizia. Ma la sua oratoria sarà sconfitta da quella di Elena e anche la soddisfazione di vedere condannata l’adultera viene meno (Episodio IV, scene 4-6). Come profetizzato da Cassandra, Ecuba non entrerà nella casa di Ulisse, ma morirà, oscurata dalla follia, nella Troia che non c’è più.

Non è stato facile per me calarmi nel personaggio di Ecuba: solo ultimamente sono riuscita a sentirmi veramente nella parte. Ecuba è figura di infelicità, sconfitta e morte. E’ simbolo dell’impotenza umana nei confronti del destino. Una ragazza della mia età non sente di solito certe preoccupazioni e stenta a comprendere tematiche come queste. Non mi è quindi venuto naturale interpretarla. Però, leggendo il copione e riflettendo su di esso, ho provato a immaginare come io stessa mi comporterei se perdessi tutti le persone a me care, i genitori e gli amici, e se mi fossero tolte davvero la patria e la libertà. Allora ho cominciato a capire il dolore di Ecuba, sono riuscita a interpretare meglio la sua disperazione, tanti piccoli gesti o sfumature della voce mi sono venuti naturali. Alcune delle mie battute sono urla che vengono dalle viscere più profonde: io cerco di esprimerne la forza e la bellezza poetica, così che il pubblico possa cogliere immediatamente il patrimonio sentimentale che io ho riconosciuto un po’ alla volta. Un altro aspetto che cerco di sottolineare è come, fino quasi alla fine del dramma, questa donna si sforzi di restare forte, soprattutto di fronte alle figlie, alle quali vorrebbe dare consolazione. Ma spesso si abbandona a momenti di sconforto e sembra che non le importi più nulla. Trovo ancora qualche difficoltà ad interpretare l’epilogo della storia, quando Ecuba, ormai sfinita, si lascia andare alla follia. Non sarà semplice mostrare le mille sfaccettature del personaggio, ma mi auguro di riuscire a trasmettere al pubblico la mia ammirazione per questa nobile figura di donna.

Cassandra era figlia di Priamo e di Ecuba, e sorella gemella di Eleno, l’indovino. Era stata consacrata ad Apollo e destinata perciò alla castità. Il dio, innamoratosi di lei, le donò una straordinaria capacità di prevedere il futuro: ma Cassandra lo respinge ed Apollo, condannandola a non essere mai più creduta, si vendica di lei col trasformare il dono della profezia in una fonte di perenne frustrazione. Immediatamente prima della presa di Troia, Cassandra avverte i suoi compatrioti che l’enorme cavallo di legno lasciato sulla spiaggia era solo un artificio dei Greci per conquistare la città. Ma è inutile: lo stesso suo padre, il re Priamo, l’accusa di essere una cieca profetessa di sventure. Quella notte, durante il saccheggio, Aiace di Locride la insegue e la stupra nel tempio di Atena, suscitando l’ira degli Dei e la riprovazione di molti compagni. Infine Agamennone si innamora di lei, e la pretende come concubina. Insieme ad Agamennone, la fanciulla cadrà sgozzata da Egisto e Clitennestra , subito dopo il loro arrivo a Micene. (si può vedere questa vicenda nell’Agamennone di Eschilo, primo dramma della trilogia detta Orestiade).

Nelle Troiane Cassandra fa la sua comparsa nel II Episodio. La fanciulla irrompe sulla scena, ove già si trovano il Coro, Ecuba e l’araldo Taltibio, tenendo in mano una fiaccola accesa. Sembra stranamente felice: presa da uno dei suoi momenti di follia, annuncia il proprio destino di sposa segreta di Agamennone. In realtà, ella gioisce solo perché sa che, giunto in Grecia, Agamennone sarà ucciso: la presenza di Cassandra al fianco di Agamennone renderà più acuto l’odio di Clitennestra nei confronti del marito e più rapida l’esecuzione del delitto. In tal modo Cassandra può dire che toccherà a lei vendicare la propria gente.

Poi, con linguaggio esaltato, confronta le fortune dei Greci con quelle dei Troiani, affermando che – sebbene questi ultimi siano stati sconfitti – in un certo senso rimangono vincitori morali, poiché sono caduti combattendo per difendere la patria e le care famiglie, meritevoli perciò di fama immortale, mentre gli altri hanno ucciso o sono morti per una causa estranea e vile (“per una donna fuggita dalla casa del marito per suo capriccio”). Infine Cassandra profetizza il destino della madre, che non sarà quello di servire presso la casa di Ulisse, ma di morire ululando tra le rovine della terra natia. Quindi se ne va, nobilmente, incontro al proprio fato come verso una missione, seguita dalle due guardie greche.

L’interpretazione di Cassandra non è affatto semplice. Essa deve apparire invasata, posseduta da un fuoco interno che la divora. Deve entrare in scena correndo, stralunata, senza badare a ciò che succede intorno a lei … a dire il vero, le indicazioni del regista tendono ad attenuare l’immagine tradizionale della Cassandra folle, evitando ogni inutile eccesso esteriore. Se c’è follia nel discorso di Cassandra, dovrà emergere dalle parole, per esempio dal caos delle frasi, che continuamente cambiano di soggetto; oppure dagli sguardi, che ogni tanto si fissano nel vuoto, a significare che sta “sbirciando”, con angoscia, nel futuro … Quando smette di profetare e passa al confronto tra i due popoli, il suo discorso assume vesti logiche, sebbene con toni variabili, ora critici ora esaltati. Nella sua voce non deve poi mancare una nota di infantile dolcezza, che si alterna al cupo colore dell’odio e della vendetta. Non è dunque una parte semplice, e dovrò impegnarmi a fondo per non deludere le attese.

Andromaca è figlia di Ezione, re di Tebe Ipoplacia, una piccola città alleata dei Troiani. Vive a Troia, in quanto moglie di Ettore, da cui ha avuto un figlio, Astianatte. Nella Iliade – durante il suo ultimo incontro con lo sposo presso le Porte Scee – lei stessa ricorda la propria famiglia d’origine, sterminata da Achille, ed invano prega Ettore di non cercare il confronto sul campo con l’invincibile semidio nemico (VI, 390-502). Dopo la caduta della città, Andromaca toccò in sorte al figlio di Achille, Pirro, di cui fu concubina. Solo dopo la morte di questi, trovò un po’ di pace, diventando moglie di Eleno, l’unico dei fratelli di Ettore sopravvissuto alla guerra. Nella sua sosta a Butroto, in Epiro, Enea incontra Andromaca ed ha con lei e con Eleno un malinconico e nostalgico colloquio (Eneide, III, 363-620). Andromaca è protagonista assoluta della tragedia di Euripide che porta il suo nome (Andromaca, 422).

Nelle Troiane Andromaca è protagonista del III episodio. Si tormenta al pensiero del suo futuro di concubina di Pirro ed afferma che la morte sarebbe preferibile in confronto al destino che l’aspetta. Rievoca con parole struggenti il tempo passato come sposa di Ettore e afferma di non voler mai dimenticare il primo marito, nonostante Ecuba la esorti a sopportare la sua nuova condizione per il bene del piccolo Astianatte. A lei sembra di avere toccato il fondo del dolore, ma la terribile notizia che l’adorato bambino deve essere ucciso la fa precipitare in una più disperata ed impotente angoscia: allora maledice Ulisse, l’ideatore dell’orrenda condanna, con urli di odio feroce. Le successive parole dell’araldo sembrano indurla alla rassegnazione, perché possa ottenere per suo figlio almeno una degna sepoltura. Ma, prima di abbandonare la scena, Andromaca si lascia riprendere dal flusso dei ricordi, riportando alla memoria i momenti più dolci della sua maternità, ora così offesa: perciò esplode in un nuovo impeto di rabbia contro i Greci e contro Elena, il démone fatale, che l’hanno privata di tutto ciò per cui viveva.

Mi sento perfettamente in sintonia con questo personaggio, e cerco di interpretarlo nel miglior modo possibile, così da far sentire al pubblico tutte le emozioni che ogni singola parola o frase può trasmettere. Quando Andromaca tenta di consolare la vecchia regina della morte di Polissèna, il mio tono di voce deve apparire calmo, ma anche deciso e convincente: il personaggio infatti crede davvero, con molta serietà, a ciò che dice (essere morti è come non essere mai nati … ), ed il pubblico può intuire tutto questo solo dalla voce. Quando rievoca i momenti più belli del proprio passato, io mi sforzo di pensarli e di riviverli come se fossero miei, assumendo un tono assorto e carezzevole, presumibilmente lo stesso con cui l’innamorata e felice Andromaca si rivolgeva ad Ettore; in più, cerco di mettervi il colore della nostalgia. La voce cambia, in modo deciso, quando la donna ritorna consapevole della realtà e si rende conto di non poter fare nulla per evitare il destino. Il ricordo di Ettore è così vivo in lei da vederlo quasi presente, lì al suo fianco; e le sembra di offenderlo rassegnandosi alla sorte di schiava di Neottòlemo. Solo il pensiero di Astianatte le dà la forza di piegarsi e di continuare. Ma la condanna a morte del bimbo, voluta dai capi greci su consiglio di Ulisse, la sconvolge: le sue viscere si ribellano alla notizia, non vuole crederci, supplica Ecuba di intervenire, come se la suocera fosse ancora la regina ed avesse il potere di fare qualcosa … Maledice Ulisse, augurandogli una sorte simile per suo figlio: qui il mio tono si innalza al massimo, forte e sicuro, perché Andromaca è posseduta da una collera animalesca e dall’odio più estremi, e così devo apparire anch’io. Poi, un altro cambiamento. Andromaca si abbandona di nuovo ai ricordi, questa volta relativi ad Astianatte: le parole devono prendere il colore del pianto e di una ulteriore, disumana rassegnazione. La donna tuttavia non può fare a meno di chiedersi la causa di quei lutti: chi le ha tolto tutto? Chi l’ha privata di ciò che amava di più al mondo? I Greci! E prima ancora Elena, col suo adulterio! A questo pensiero Andromaca esplode e lascia che si manifesti tutto il proprio feroce dolore. Io, che devo darle voce, grido la sua protesta e le sue maledizioni con tutto il fiato che ho in corpo, perché il mio compito è far sentire lo strazio di un cuore femminile, che deve tollerare l’intollerabile. Il pubblico dovrà percepire tangibilmente il dolore di Andromaca: quelle urla devono fargli male. Ci vuole passione per queste cose, e io sapevo di averla, anche se non così tanto. Ora, quando entro in scena, io sono Andromaca.

Elena è da sempre il simbolo della bellezza femminile, generatrice involontaria di passioni distruttive. La tradizione vuole che sia nata da un uovo, deposto da Leda, moglie del re spartano Tindaro, sedotta da Zeus in sembianze di cigno. Fu sorella di Clitennestra e dei gemelli Diòscuri (Castore e Polluce). Questi la liberarono dal vecchio Teseo, che l’aveva rapita affascinato dalla sua grazia. Molti pretendenti chiesero la sua mano e Tindaro li fece giurare che si sarebbero uniti contro chiunque avesse disonorato lo sposo da lei prescelto. Elena sposò Menelao e poi lo tradì, fuggendo con Paride: si scatenò in tal modo la guerra dei re achei contro Troia. Nella Iliade Omero la rappresenta spesso triste e pentita, con una certa dignità, che la rende cara soprattutto a Priamo. Morto Paride, fu moglie di Deifobo; ma nella notte in cui la città cadde in mano ai Greci aiutò Menelao ad uccidere costui e a straziarne il corpo (cfr. Eneide, VI, 494-547). Dopo un viaggio avventuroso di otto anni, rientrò a Sparta con Menelao e regnò felicemente con lui sulla città (cfr. Odissea, III). A Sparta è attestato un culto di Elena, identificabile forse con una dea pre-ellenica della vegetazione e della riproduzione.

Esiste anche una variante del mito (che riabilita completamente la figura di Elena), dovuta al poeta Stesicoro (Imera, VII-VI) e accolta dallo stesso Euripide nella tragedia Elena del 412. Secondo tale variante, Paride avrebbe rapito solo un “fantasma”, creato ad arte dagli Dei e destinato a dissolversi nell’aria. La vera Elena sarebbe vissuta virtuosamente su una lontana isola, nell’attesa che Menelao la ritrovasse e la riprendesse con sé …

Elena compare in ben sei drammi di Euripide. Qui nelle Troiane essa è indicata, in obbedienza alla tradizione principale, come causa prima della guerra e della rovina di Troia, e chiamata senza mezzi termini distruttrice di uomini e di città. Più volte viene insultata e maledetta dal Coro e da Ecuba; il suo adulterio ritorna come un leit motiv dall’inizio del dramma (nelle parole Poseidone) fino all’immagine conclusiva dell’esodo:

“Oh se fuoco di folgore colpisse

di Menelao la maledetta nave!

Sul ponte ride Elena felice,

mirandosi allo specchio. Si è ripreso

la fatale sua cagna Menelao ,

greca vergogna e distruzione nostra!”

Benché sempre sulla bocca di tutti, il personaggio entra in scena una sola volta, nel terzo Episodio: disperatamente attaccata alla vita, Elena si presenta – elegante ed imbellettata – a Menelao, venuto a cercarla tra le prigioniere, e si difende con puntiglio dalle accuse che le sono mosse, tentando di scaricare ogni colpa sui Troiani (Paride che la sedusse, Priamo che non diede ascolto al cupo sogno premonitore) e sulla dea dell’amore, Afrodite (cui nessuno, mortale o immortale, può resistere).

La sdegnata risposta di Ecuba inquadra gli eventi in maniera del tutto opposta: non il volere divino o il puro caso, ma l’agire libero di Elena è stato la causa del dramma. La spartana dovrà essere punita con la morte, per dare finalmente un po’ di giustizia a vinti e vincitori. Questo “processo” a Elena ricorda i discorsi contrapposti (dissòi lògoi) della retorica sofistica, con la presenza di due verità relative e la mancanza di un autentico Vero assoluto: in tal modo la precedente preghiera di Ecuba a un dio razionale, in grado di mettere ordine al caos dei fatti umani, si rivela una pia illusione.

E’ importante osservare che Elena si muove su un piano diverso da tutte le altre donne della tragedia: a lei sta a cuore la vita, non la morte. Per strappare il perdono di Menelao gioca tutte le carte a sua disposizione: dal fascino che ancora esercita sugli uomini alla abilità retorica, quasi di un Ulisse al femminile, dalle sottigliezze logiche all’istrionismo dell’atteggiamento, che appare fin troppo tranquillo, umile e remissivo. Nella interpretazione del personaggio bisogna che emerga tutto questo.

Il personaggio compare già nella Iliade, ove svolge – insieme con Euribate – le funzioni di araldo del re Agamennone. Tra le altre cose, ha l’ingrato compito di prelevare Briseide dalla tenda di Achille (I, 318-347). Nel testo euripideo, fa da tramite tra i vincitori achei ed il gruppo delle prigioniere, informandole della loro sorte e delle decisioni dei capi.

Taltibio svolge il suo ruolo con determinazione e una certa freddezza, ma nel momento in cui deve comunicare alle donne la condanna di Astianatte tale apparente freddezza vacilla, lasciando trasparire un sentimento di umana pietà. Deve strappare il bambino alla madre e consegnarlo agli aguzzini, ma ne ammira la sorprendente dignità. Non può fare molto, ma – quando ne riporta il corpo – rivela di averlo lavato e ricomposto, in segno di omaggio. Concede infine ad Ecuba di restare, riconoscendola sacra agli Dei. La vecchia regina potrà così morire nella sua terra, senza sottostare a schiavitù.

Il personaggio di Taltibio ci piace, perché svolge il suo compito con impegno, senza però annullare la sua personalità. E’ consapevole delle necessità crudeli della guerra, esegue gli ordini dei suoi superiori, ma non per questo si sente di approvare tutto quanto avviene. La frase più significativa che pronuncia (Ordini simili dovrebbero affidarli a qualcun altro, del tutto ignaro di pietà! Episodio III, scena 2) gli rende onore, perché dimostra che l’araldo non è ridotto ad una macchina esecutrice di comandi, ma conserva libertà di giudizio. Nonostante il ruolo che svolge, resta una persona degna di rispetto. Vorrebbe che anche in guerra si rispettassero i diritti umani fondamentali: di certo sente che la hybris commessa porterà generale rovina.

Per interpretare il personaggio, vorremmo riuscire ad assumere un portamento solenne, un atteggiamento fiero e deciso, dare alla voce un tono alto e autorevole, simile a quello di un oracolo fatale: le parole dell’araldo infatti cambieranno il destino di molte donne, scrivendo una pagina nuova della loro storia. Le difficoltà che finora abbiamo riscontrato, e che cerchiamo di superare, consistono appunto nella giusta impostazione della voce e nel tono variabile da battuta a battuta.

Figlio di Atreo e fratello minore di Agamennone, Menelao è re di Sparta e sposo tradito di Elena. Omero lo ricorda nella Iliade come un combattente valoroso, protagonista fra l’altro (canto III) di un duello con il rivale Paride, che si salva dalla sua furia vendicatrice solo grazie all’intervento di Afrodite.

Nel testo teatrale Menelao appare in scena nell’ultimo episodio (il V). Si presenta fiero per la conclusione vittoriosa della guerra e pronto, almeno a parole, a vendicare i tanti compagni caduti mandando a morte la prima responsabile del conflitto: sua moglie Elena. Ma non sarà così. L’incontro con la bellissima prigioniera (che risveglia in lui l’antico e mai sopito amore) porta alla luce la natura essenzialmente debole del personaggio. Tornato a Sparta, non riuscirà a giustiziarla ed Elena sarà di nuovo regina (cfr. Odissea, canto IV).

Menelao deve apparire, in un primo momento, come un guerriero sicuro di sé, lieto della distruzione della città nemica. Le prime parole del suo monologo (Che sole meraviglioso sta sorgendo oggi … ) devono suscitare negli spettatori l’idea di un uomo per il quale il sangue di due popoli non conta quasi nulla: è solo il prezzo pagato per la riconquista di Elena. Menelao è ancora innamorato di sua moglie, nonostante l’offesa del tradimento. Si immagina la punizione della donna, con i biondi capelli e le spalle nella polvere: ma in realtà egli sta solo evocando alcuni particolari del bel corpo che inconfessabilmente desidera. Il conflitto interiore si fa esplicito alla fine del monologo, quando si sforza di comandare a se stesso (Me l’hanno consegnata perché agli occhi di tutti concedessi giusta soddisfazione. Devo farlo … ). Anche nelle battute successive Menelao cercherà di mascherare le proprie incertezze. Assicura ad Ecuba e alle altre troiane che ucciderà l’adultera, ma più si sforza di apparire severo e meno risulta credibile il compito di giudice che pure si è assunto. Con un sapiente dosaggio dei toni vocali devo riuscire a far comprendere quello che si nasconde nel personaggio.

Questi personaggi rappresentano i due fondamentali modi di essere del guerriero di sempre. Il primo si dichiara preoccupato per le molte empietà, che si vanno compiendo, sempre più ciecamente, negli ultimi tempi … dimostrando con tali parole di conservare nell’animo un modello di etica militare certamente più nobile di quello applicato dai vincitori. Prevede, giustamente, una punizione divina. Un altro particolare aspetto della sua umanità è il senso di stanchezza per tutti quei giorni consumati uccidendo Troiani, e la nostalgia della patria lontana, che spera di rivedere.

Il secondo soldato appare invece materialista e cinico: non crede negli Dei, ma solo nella forza delle armi, e per dimenticare ogni possibile scrupolo di coscienza si abbandona al bere, sbeffeggiando il collega che si rifiuta di fare altrettanto. Il breve dialogo tra i due soldati sul finir della notte (Episodio IV, scena I) è una invenzione del professore, che dice di essersi ispirato – per la figura realistica del secondo guerriero – a due frammenti di Archiloco di Paro (sec. VII a. C.), spregiudicata figura di mercenario ed esponente importante della lirica greca arcaica:

“Alla lancia io devo la mia galletta d’orzo,

alla lancia il vino di Ismaro:

io lo bevo appoggiato alla lancia” (FR. 2 D. Traduzione di G. Tarditi)

“Sette sono caduti morti: li abbiamo raggiunti di corsa. E siamo in mille

ad averli uccisi” (FR. 61 D. Traduzione di G. Tarditi)

Entrambi i soldati sono guardie del corpo di Taltibio e come tali lo seguono, presentandosi sulla scena ogni volta che l’araldo viene a comunicare qualcosa al gruppo delle prigioniere. E proprio in una di queste occasioni (Epilogo, scene I e II), anche il secondo soldato mostra di essere capace di interpretare momenti solenni, con dignità e compostezza: è lui infatti che porta sulle braccia il corpo esanime di Astianatte, consegnandolo a Ecuba per il rito funebre, ed è lui che lo riprende e lo porta alla sepoltura. Di fronte a quella ennesima atrocità voluta dai suoi capi, anche lui dimostra rispetto.

Nella interpretazione di questo guerriero, Gianmarco Brega si è divertito, soprattutto nella scena in cui deve fingersi ubriaco, perché – dice – “non ho avuto uno schema preciso da seguire (almeno fino a un certo punto) e di conseguenza ho potuto lasciarmi andare … all’estro del momento!”

Voce A (Jennifer Guidolin, 3A)

Voce B (Natalia Pregaglia, 3A / Francesca Santimaria, 5B)

Voce C (Eleonora Compagnoni, 5B)

Voce D (Susanna Lombardini, 5B)

Voce E (Federica Morini, 5B)

Voce F (Roberta Repossi, 5B)

Anche se il suo ruolo è differente da quello di tutti gli altri personaggi, il Coro è un personaggio a tutti gli effetti, anzi molto particolare ed importante, perché legato alle origini stesse del teatro greco. Fa il suo ingresso con il pàrodo e rimane sulla scena fino al canto dell’esodo: è quindi presente per tutto il dramma (esclusi soltanto prologo ed epilogo). Interviene nei dialoghi e nelle azioni, interagendo con i presenti; inoltre commenta, descrive, racconta, andando a ricuperare il passato o proiettandosi nel futuro. La sua funzione principale è in effetti quella del commento, essendo il coro nato essenzialmente per chiarire determinate situazioni e soprattutto per fare riflettere personaggi e pubblico su certe tematiche. Lo vediamo quindi protagonista di parti che gli appartengono in via esclusiva, i cosiddetti stàsimi, strutturalmente separati dagli episodi. Ogni stàsimo (letteralmente sosta) comporta la declamazione, individuale o all’unisono, di brani altamente poetici e profondi, accompagnata da movenze coreografiche su un opportuno sottofondo musicale. Il coro dispone quindi di un linguaggio particolarmente ricco di forme (dalla parola al gesto, dalla musica alla danza), che permette a uno stesso significato di essere espresso e come moltiplicato da una summa di significanti.

Nelle Troiane di Euripide il coro parla con una voce sola e soltanto la corifea si distingue talvolta dall’insieme. Ciò vale per tutti i testi teatrali greci e perciò molte regie moderne aboliscono il coro o ne assegnano la parte ad un solo attore. Nelle nostre Troiane invece il coro risulta costituito da sei ragazze (che il professore ha definito voci, assegnando a ciascuna anche battute individuali): sono le prigioniere, in attesa di essere condotte in Grecia dai vincitori, povere e indifese vittime di una conflitto interminabile e crudele. Il gruppo, anche nella sua semplice presenza scenica, dimostra un forte legame con la vecchia regina, che le considera e le chiama tutte figlie, assumendo senz’altro il ruolo di madre e in un certo senso di loro capo coro. Ecuba e il coro condividono il dramma, personale e collettivo, causato dalla sconfitta. Sono ciò che resta della famiglia reale e della corte troiana, e vivono la dolorosa esperienza di chi un tempo era ricco e felice, mentre ora è destinato alla schiavitù, a subire violenze e umiliazioni. Si tratta della sofferenza causata dalla precarietà del potere, tema centrale della tragedia.

Non è una impresa facile dare vita ad un coro tragico e interpretarlo decentemente. Qualcuno può pensare forse il contrario, osservando che il coro sta sullo sfondo e interviene con poche e poco frequenti battute. Se fosse così, sarebbe un ruolo bizzarro, inutile e noioso. In realtà, pur senza considerare gli stasimi (dove il coro è spettacolare protagonista), ci sono molti aspetti da non sottovalutare. Prima di tutto, si recita anche stando immobili e zitti, mantenendo però la giusta posizione, con il contegno adeguato e l’espressione credibile. Inoltre anche il coro ha il compito di trasmettere emozioni e provocare reazioni, nel pubblico e nei personaggi, e le sue battute – brevi o no che siano – devono essere dette a tempo e caricate nel modo giusto. Le ragazze del coro devono saper passare rapidamente da un sentimento all’altro: dalla rabbia alla rassegnazione, dal tono pungente e provocatorio a quello dolce e compassionevole, dalla partecipazione e dal conforto alla bestemmia e alla maledizione, dalla nostalgia del passato alla paura del futuro. Il tutto su un sottofondo di immutata tristezza. Come variazioni su un preciso tema musicale. Infine un punto importante da ricordare è questo. Il coro è un insieme di individualità, che però devono spesso recitare come un corpo unico. Non è una cosa immediata trovare l’armonia e l’affinità necessarie: si hanno sovente interpretazioni differenti riguardo ad una stessa parte. E’ quindi fondamentale “allenare la solidarietà”, imparare a pensare e agire come una cosa sola, essere veramente, tutte quante, le Troiane.