Le Troiane
ovvero la voce delle vittime
da Euripide
Le Troiane furono rappresentate per la prima volta nelle Grandi Dionisie del 415, l’anno in cui Atene – rompendo la tregua con Sparta – dava inizio alla disastrosa spedizione in Sicilia, che l’avrebbe portata alla rovina. Euripide voleva indurre il pubblico a riflettere sull’imperialismo del proprio governo, attraverso la similitudine fra l’impresa degli antichi Achei e l’assedio a Troia con quella ateniese in Sicilia e l’assedio a Siracusa. Nacque così il dramma di Troia ormai caduta, le cui mura sbrecciate fanno da sfondo alla scena. Davanti a queste, prostrata a terra, giace Ecuba, la vecchia regina. Nel prologo appare Poseidone, venuto a dare l’estremo saluto alla città: attraverso le parole del dio, conosciamo gli antefatti immediati della tragedia. Ed ecco, inaspettatamente, Pallade Atena: sdegnata di come i Greci hanno abusato della vittoria, si accorda con Poseidone per punire gli empi durante la navigazione di ritorno. Seguono gli episodi, alternati a brani corali e a vibranti monodie liriche: la spartizione delle povere superstiti, annunciato dall’araldo Taltibio; la follia visionaria di Cassandra, felice di diventare la concubina di Agamennone, perché ciò affretterà la morte del sovrano acheo, destinato a cadere sgozzato da sua moglie; il dolore di Andromaca, cui viene strappato e ucciso il figlio Astianatte; l’incontro di Elena con il marito Menelao, incerto se punire o perdonare la bellissima donna. Il dibattito a tre che ne consegue, fra Menelao, Elena ed Ecuba, è una prova di sofistica bravura sulla inesistenza della verità in senso assoluto. Viene così vanificata l’invocazione di Ecuba ad un possibile dio razionale e giusto, che finalmente dia “luce al caos dei fatti umani”. Segue infine il compianto funebre sul corpo di Astianatte: a questo punto la rocca di Pergamo crolla tra le fiamme, mentre le prigioniere si avviano meste alle navi dei vincitori levando il lamento di addio.

La voce del piccolo Astianatte , che dalla ingenuità infantile passa d’un tratto alla consapevolezza della morte; le voci dei soldati greci, i quali – tra paura ed ostentato cinismo – si interrogano sul loro imminente destino; la voce di Ecuba impazzita e quella di Taltibio, che la riconosce sacra agli Dei; le voci delle donne di Troia, vittime indifese della violenza dei vincitori : la voce di Elena , che si difende, disperatamente attaccata alla vita …
Espressione del tormentato razionalismo del’autore e del suo impegno intellettuale contro la politica imperialistica del governo ateniese, il dramma euripideo delle prigioniere troiane è un dramma fatto soprattutto di voci, che vogliono essere tutte ascoltate, o almeno potersi esprimere , perchè – come afferma il Coro – per chi soffre è grande sollievo , con il canto lenire il dolore.
Con cautela e rispetto, il testo euripideo è stato integrato da alcune voci che moltiplicano quelle originali , nell’intento di rafforzarle , interpretarle e riproporle , attuali più che mai. E le macerie della guerra di Troia, che fa da sfondo,sono anche quelle della guerra del Peloponneso, ed di tutte le guerre e i genocidi della storia, compresa la nostra di oggi.
TESTO E REGIA: BRUNO CIVARDI
MUSICHE: GIANGIACOMO PINARDI
COREOGRAFIE: NICOLETTA VERCESI
SCENOGRAFIE: GABRIELLA DAPIAGGI
LUCI E SUONO: ANDREA TISATO