Le Troiane
Euripide (485-406 a. C.) è il terzo e il più moderno dei grandi poeti tragici ateniesi del V secolo. I suoi contemporanei, abituati ai drammi di Eschilo e Sofocle, fondamentalmente in sintonia con i dati mitico-religiosi tradizionali e con l’etica comune, stentarono a comprendere ed accettare il suo teatro, oggi così vivo. Euripide aveva una cultura assai raffinata, e molto più vasta della media, con forti interessi per la filosofia dei Sofisti ed un evidente scetticismo nei confronti della religione. Fu sempre attento alle vicende della città, pur senza partecipare direttamente alla vita politica ateniese. Di lui restano 18 tragedie e un dramma satiresco, Il Ciclope.
Si compiaceva di scegliere i propri argomenti fra i miti meno conosciuti, di soffermarsi su aspetti secondari e particolarmente problematici del patrimonio epico-tragico greco, spesso in polemica con l’interpretazione o la valutazione comune.
I suoi primi drammi sono dedicati al tema dell’amore e alle sconvolgenti conseguenze della passione: ne sono protagoniste grandi figure femminili, Alcesti (438), Medea (431), la Fedra di Ippolito (428). Nei drammi successivi si accentua l’attenzione per gli aspetti politici, sia nella chiave dell’esaltazione patriottica (Eraclidi del 427, Supplici del 423), sia in quella dell’ammonimento pacifista (Le Troiane, 415). Vengono infine i drammi dai connotati di commedia “borghese”, vicende avvolte in un intreccio complesso, ove domina sovrana la tyche, ossia il puro caso (Ione del 415, Ifigenia in Tauride del 414, Elena del 412, ecc). Furono rappresentati postumi due capolavori: la commossa Ifigenia in Aulide e le ambigue, indecifrabili Baccanti.
Le Troiane furono rappresentate per la prima volta nelle Grandi Dionisie del 415, l’anno in cui Atene – rompendo la tregua con Sparta – dava inizio alla disastrosa spedizione in Sicilia. L’autore voleva indurre il pubblico a riflettere sull’imperialismo del proprio governo, attraverso la similitudine fra l’impresa degli antichi Achei e l’assedio a Troia con quella ateniese in Sicilia e l’assedio a Siracusa. Era l’ultimo dramma di una trilogia troiana, che comprendeva l’Alessandro e il Palamede, oggi perduti. La prima tragedia aveva come protagonista Paride, detto Alessandro, autore del rapimento di Elena (causa scatenante il conflitto); la seconda metteva in scena la ingiusta morte di un guerriero greco senza macchia, Palamede, vittima dell’invidia e delle calunnie di Ulisse e Agamennone.
L’ultimo è il dramma di Troia ormai caduta, le cui mura sbrecciate fanno da sfondo alla scena. Davanti a queste, prostrata a terra, giace Ecuba, la vecchia regina. Nel prologo appare Poseidone, venuto a dare l’estremo saluto alla città: attraverso le parole del dio, conosciamo gli antefatti immediati della tragedia. Ed ecco, inaspettatamente, Pallade Atena: sdegnata di come i Greci hanno abusato della vittoria, si accorda con Poseidone per punire gli empi durante la navigazione di ritorno. Seguono gli episodi, alternati a brani corali e a vibranti monodie liriche: la spartizione delle povere superstiti, annunciato dall’araldo Taltibio; la follia visionaria di Cassandra, felice di diventare la concubina di Agamennone, perché ciò affretterà la morte del sovrano acheo, destinato a cadere sgozzato da sua moglie; il dolore di Andromaca, cui viene strappato e ucciso il figlio Astianatte; l’incontro di Elena con il marito Menelao, incerto se punire o perdonare la bellissima donna. Il dibattito a tre che ne consegue, fra Menelao, Elena ed Ecuba, è una prova di sofistica bravura sulla inesistenza della verità in senso assoluto. Viene così vanificata l’invocazione di Ecuba ad un possibile dio razionale e giusto, che finalmente dia “luce al caos dei fatti umani”. Segue infine il compianto funebre sul corpo di Astianatte: a questo punto la rocca di Pergamo crolla tra le fiamme, mentre le prigioniere si avviano meste alle navi dei vincitori levando il lamento di addio.
Il Laboratorio Teatrale del Liceo Scientifico di Broni ha dedicato una particolare attenzione ai drammi di Euripide, mettendo in scena interessanti rivisitazioni della seconda Ifigenia (con il titolo Aulide: ultimi aggiornamenti sul caso Ifigenia, 2002-2003) e del Ciclope (2004-2005). Entrambi i testi hanno ricevuto il Premio “Borgo degli Artisti” (Milano, 2003 e 2006).
Il progetto laboratoriale di questo anno scolastico prosegue nella fedeltà al teatro euripideo, proponendo un dramma di straordinaria potenza, tale da creare un immediato impatto emotivo su tutti coloro che si dispongono a conoscerlo e riviverlo: così è stato per gli studenti-attori, che lo hanno analizzato e che si accingono a interpretarlo, e così sarà certamente per gli spettatori di questa sera, che ne sentiranno la profonda umanità ed attualità. In effetti la guerra ed il genocidio, le violenze dei vincitori e la sofferenza dei vinti – donne e bambini in particolar modo – sono ancora realtà quotidiane in molte parti del mondo contemporaneo: un motivo più che valido, di ordine educativo prima che artistico, per la nostra scelta di allestire le Troiane a distanza di quasi 2500 anni da Euripide.vDa quella antica e buona “televisione”, che fu il teatro ateniese dell’età classica, si leva eterna la voce delle vittime, che continua a chiedere di essere ascoltata, o di potere almeno manifestarsi, perché – come dice il Coro – “Per chi soffre è grande sollievo, con il canto, lenire il dolore”.
Al testo originale sono state apportate alcune modifiche e integrazioni. E’ stata data voce al piccolo Astianatte, che nelle poche battute a sua disposizione mostra di passare dall’ingenuità infantile alla consapevolezza di una morte eroica; è stato introdotto un breve dialogo fra due soldati greci, l’uno rispettoso degli Dei e timoroso per la loro attendibile vendetta, l’altro cinico e indifferente (le parole di quest’ultimo ricalcano due celebri frammenti di Archiloco di Paro, spregiudicato mercenario e poeta del VII secolo). L’innovazione più importante riguarda però le sorti di Ecuba. La vecchia regina – che già con la sua costante presenza scenica e con il proprio dolore senza pause assicura l’unità drammatica delle varie sequenze – non si avvia alle navi con le altre prigioniere, ma impazzisce e viene lasciata a Troia. Questo epilogo, documentato da varianti del mito, è parso più coerente con l’immagine della città distrutta, della quale Ecuba è l’evidente simbolo. Il linguaggio, sebbene semplificato e snellito, rispetta comunque il testo euripideo e si sforza di richiamarne la solennità ed il lirismo.
La veste musicale è stata curata dal maestro Giangiacomo Pinardi, che ha spaziato dai classici del Sei e Settecento alla contemporaneità e al folclore.
I brani più intensi sono quelli che accompagnano i cori, ovvero:
- i
l Parodo (Troia è spenta): M. Ravel, Prélude à la nuit, da Rapsodie Espagnole - il I Stasimo (Quali lamenti innalzare): R. Cacciapaglia, La voie du coeur, da Generazioni del cielo
- il II Stasimo (Cantami, o Musa): G. Mahler, Adagietto, da Sinfonia n. 5 – J. Ph. Rameau, Entrée da Les Boréades – Richiami, tema popolare siciliano e Surat Mariam, dal Corano, Al Quantarah – Lamento dei pezzenti, tema tradizionale siciliano
- il III Stasimo (Maledetta! Che tu sia maledetta!): R. Cacciapaglia, Life explodes, da Generazioni del cielo
- l’Esodo (Padre del Cielo): A. Dvorak, Adagio ma non troppo, da Concerto per violoncello e orchestra in si minore op. 104
Le coreografie, create in perfetta armonia con le parole e le musiche, sono state affidate all’esperienza e al gusto della prof.ssa Nicoletta Vercesi, coadiuvata dalla giovane Marta Pregnolato, già allieva del nostro liceo. Le scene sono state realizzate con materiali poveri dal gruppo artistico del Progetto, con l’assistenza della prof.ssa Gabriella Dapiaggi. Alla realizzazione del lavoro nel suo complesso hanno contribuito anche un gruppo immagine e un gruppo tecnico.