IL RE E IL DIO

LABORATORI

Linguaggio e linguaggi

Per quella parte de “Il re e il dio” che corrisponde alle Baccanti di Euripide è stata programmata una rappresentazione di tipo classico tradizionale, che rispetta sostanzialmente l’originale greco. La traduzione elaborata da Bruno Civardi, nel complesso fedele, mostra comunque due direttrici di intervento sul testo: una semplificazione ed una “cristianizzazione” del linguaggio. A fini di semplificazione risulta abolito, tra gli altri, un brano dell’intervento di Tiresia (la spiegazione del particolare mitico di Dioniso nella coscia di Zeus, vv. 287-309 del testo euripideo) e tutta la scena del travestimento femminile di Penteo (a cui il Professore fa solo un cenno, cfr. Terzo Episodio, Scena 7; vv. 912-976 del testo greco).   In compenso, sono state introdotte qua e là espressioni ed immagini di impronta scritturale, in aderenza all’assunto parallelo Dioniso – Cristo: il Soldato che arresta Dioniso lo definisce “agnello mansueto”, Dioniso stesso ricompare poco dopo libero, proclamando che “il dio con noi” lo ha “salvato dal carcere degli empi, dalle tenebre di morte”, ecc. ecc.  Non manca, nelle parti dette da Penteo, un’accentuazione ideologica della sua ybris antireligiosa, come il dichiarato proposito di cancellare da Tebe tutti i culti, ovvero certe arrabbiate parole (“Non possiamo ammettere l’uguaglianza tra il pensiero magico e quello razionale, ecc.”, cfr. Primo Episodio, Scena 2), che ricordano le recenti polemiche del “matematico impertinente” Odifreddi.

L’operazione linguistica più rilevante ha riguardato i cori, sia perché c’è stata una serie di sfrondamenti e semplificazioni sintattiche, sia soprattutto perché il discorso corale è stato suddiviso e ridistribuito fra le sei coreute in forma di brevi frasi, o sentenze, individuali e in sé concluse. Ne ha certamente guadagnato la forza della declamazione.

Queste note confermano il primato della parola nell’ambito del linguaggio teatrale classico, e la nostra scelta di privilegiare un simile teatro. Ma vi sono anche altri linguaggi …

Musiche e coreografie

Vi sono momenti, quelli corali, in cui altri due linguaggi si uniscono alla parola, creando un insieme semantico di grande effetto e potenza: il linguaggio della musica e quello del movimento/gesto. Essi sono stati affidati alla sensibilità e all’esperienza di importanti collaboratori del nostro laboratorio teatrale: Giangiacomo Pinardi (per le scelte musicali), Nicoletta Vercesi e Marta Pregnolato (per le coreografie).

Nella Parodo (Sono giunta dall’Asia) si è pensato di far approdare le baccanti sul palco partendo dal fondo della sala, attraverso il pubblico della platea: divise in due semicori di tre ragazze ciascuno, il coro passa tra la gente con ampi gesti di esultanza e trionfo, tenendo in una mano il tirso e nell’altra impugnando una maschera bacchica. La coreografia vera e propria si svolge sul palcoscenico, sempre all’insegna della gioia frenetica, ma senza mai scadere nell’eccesso o nel grottesco. Per questa parodo l’accompagnamento musicale è dato dalla sinfonia di Com’u ventu, tratto dall’album “Tuareg” degli Agricantus. Come il vento appaiono le baccanti e come vento sconvolgente sarà la parola portata nel mondo da Dioniso, il nuovo dio.

Nel Primo Stasimo (Chiama l’uomo sapiente) il coro non si muove molto, ma con voce ironica e adeguate espressioni di tutto il corpo proclama il vangelo dell’antagonista di Dioniso, il re Penteo: il progetto di una società laica, fondata sulla pura ragione, che meglio sarà in grado di alimentare i valori umani, compresa la giustizia e la pietà. Il testo ricalca la Ginestra di Leopardi, la canzone filosofica alla quale il Recanatese ha consegnato il suo estremo messaggio. Alla fine, il gioco antifrastico viene bruscamente interrotto ed il coro, riprendendo qualche parola di Euripide, esclama con scandalizzata solennità: “Santità, dea sovrana, / è giunta fino a te l’empia parola?” La veste musicale è data qui da Manuel de Falla, En los jardines de la sierra de Cordoba, Alicia de Larrocha, London Philarmonic Orchestra, diretta da Raphael Fruhbeck de Burgos.

Il Secondo Stasimo (Santità, dea sovrana) si apre con le ultime parole del precedente; quindi il coro ricorda, con fare lento e sapiente, i doni del dio e richiama al rispetto del giusto limite. La musica è quella di un canto tradizionale slavo, Ederlezi, con l’arrangiamento di Daniele Sepe, tratto dall’album “Lavorare stanca”.

Il Terzo Stasimo è in due tempi e presenta due testi in successione. Il primo tempo (Sapienza che cos’è), anch’esso dolce e lento, sembra confermare l’impressione che queste baccanti siano stranamente pacate e filosofe: il sottofondo è costituito da un “Largo” di Antonio Vivaldi, tratto dal Concerto per violoncello e archi in Sol Maggiore, RV 413, eseguito da Europa Galante, direttore Fabio Biondi. Il secondo tempo (Cagne, rapide furie), che si attacca al primo prolungando con straordinario effetto la vocale finale della parola “empietà”, ripropone ritmi veloci e suoni violenti, atti a sottolineare gesti e movimenti esasperati, con cui il coro invoca la vendetta del suo dio offeso. La musica, benché assai diversa da quella dello stasimo precedente, è ancora di Daniele Sepe: Lavorare stanca, dall’album omonimo.

Infine l’Esodo (Vi fu un re), unico brano veramente corale della seconda parte dello spettacolo, si svolge lento e breve in un’atmosfera mesta, con le baccanti che finiscono con il raggrupparsi compatte, nascondendosi il volto dietro maschere rituali, in una luce bassa e tenue. La musica scelta come sottofondo è un brano del secentista Bernardo Pasquini (1637-1710), Vaghe stelle, dall’oratorio “Santa Agnese, a cura del Consortium Carissimi, direttore Vittorio Zanon. Cessata la musica, le sei ragazze escono con gli occhi bassi, senza guardare più il pubblico, o il mondo.

E’ qui opportuno motivare brevemente il fatto che le parole declamate dalle baccanti durante i corali (Parodo, Stasimi, Esodo) sono registrate ed incise insieme alla musica (lavoro eseguito presso Audio Studio Pavia, di  Maurizio Castoldi). Si tratta di una scelta non tanto tecnica, quanto estetica, finalizzata a potenziare al massimo l’effetto della parola, riservata a quei momenti in cui era previsto che tale effetto fosse perseguito particolarmente. Una fedeltà di principio ai canoni del coro classico, sostenuta dagli strumenti della tecnica di oggi.

La corrispondenza tra questi cori e quelli del testo originale non è perfetta: uguale è la Parodo; poi il Primo Stasimo euripideo viene spostato nel contenuto del Secondo Stasimo, in quanto al suo posto è stata collocata una strofa dalla Ginestra leopardiana; il Secondo Stasimo originale si muta in una serie di battute recitate, che stigmatizzano la hybris di Penteo (cfr. Secondo Episodio, Scena 3); il nostro Terzo Stasimo, quello in due tempi, vede confluire il Terzo Stasimo originale e il Quarto, che invece non è presente ne “Il re e il dio”. L’Esodo, infine, nel testo greco si presenta in forma di dialogo tra coro, Agave e Cadmo; invece nel nostro dramma è stato costruito anche un brano lirico a sé, utilizzando in parte le parole finali del coro euripideo, il quale chiude la tragedia pronunciando un breve discorso sentenzioso, piuttosto generico, arricchito invece nel nostro testo dall’invito all’accoglienza e alla speranza.

Altri interventi musicali, atti a creare particolari atmosfere, sono costituiti da To the Brother Peoples di Lasse Thoresen, Come Heavy Sleep di John Dowland, The Devil’s Dream, di Luca Pianca. Non mancano branid più classici, da Scarlatti, Chopin, Schubert.

Scenografia e luci

Anche le luci, la scena e gli oggetti scenici costituiscono altrettanti linguaggi, che si aggiungono agli altri e li completano. Per quanto riguarda le luci, la scelta fondamentale è stata quella di alternare l’effetto luminoso sulla base dell’alternanza scenica fra i due gruppi di personaggi che si avvicendano in primo piano: quando entra il Professore con i suoi quattro Studenti a fare l’esegesi della storia, è giusto che la luce sia tutta su di loro, mentre i personaggi del mito resteranno fermi in secondo piano, avvolti dalla penombra. Viceversa, quando il gruppo scolastico se ne sarà andato o si sarà comunque appartato, la luce piena tornerà a riaccendersi sulla storia delle Baccanti. Il colore prevalente e più significativo sarà dato dal rosso, visto che i momenti più intensi della tragedia sono quelli all’insegna della violenza e della morte. Luci e suono vengono curati da Andrea Tisato.

Molto semplice appare la scena: la sala del trono del palazzo reale di Tebe, con quattro colonne doriche sul fondo nero. Ai lati del trono, alcuni sgabelli. Nient’altro. La scena è fissa, poiché la tragedia rispetta l’unità di luogo: come sempre, ciò che si svolge al di fuori della reggia (in città, o sul monte Citerone) viene raccontato dai cosiddetti messaggeri.  Un particolare significativo è il fatto che, su quel trono, Penteo si segga solo per pochi istanti, e solo in occasione della sua delirante follia. Quando verrà il secondo messaggero a narrare la morte straziante del re, troverà nella reggia le baccanti sedute a terra ed un ultimo soldato a guardia di un trono vuoto.

Gli oggetti di scena sono tutti splendide manifatture uscite dal laboratorio artistico di Domenico Pinardi, che ha forgiato trono e sgabelli, spade e lance, urna funebre, testa di toro e tirsi bacchici con grande cura filologica e splendido senso artistico. Il capolavoro è senz’altro la testa mozza e sanguinosa di Penteo, caratterizzata da un impressionante realismo.

Le maschere bacchiche del Coro sono state invece realizzate da Gabriella Dapiaggi. Sono due serie di sei maschere ciascuna: la prima serie è costituita da teste fogliate di colore verde (ispirate ad alcune figure della cattedrale di Chartres), la seconda è data da maschere rituali o teatrali, ricavate da immagini di sculture greche o romane.

Costumi

I costumi dei personaggi mitici sono stati disegnati da una studentessa di terza, Giulia Maria Brega (che interpreta anche una delle due Studentesse del gruppo del Professore). Nello schizzare i bozzetti la disegnatrice ha tenuto presente con abilità e intelligenza lo status sociale e soprattutto la psicologia di ciascun personaggio.