IL CICLOPE
IL DRAMMA SATIRESCO E IL CICLOPE DI EURIPIDE
L’antica Grecia, con la mediazione del teatro latino e poi di quello rinascimentale, ci ha tramandato le due forme di spettacolo che ancora oggi noi riconosciamo come fondamentali: la tragedia e la commedia.
Ma in Grecia era presente anche una terza forma di rappresentazione teatrale, strettamente legata alla società agricola ellenica e al suo folclore, e che per questo rimase confinata nella cultura di quel mondo: il satyrikòn o dramma satiresco.
Questa espressione spettacolare era caratterizzata dalla presenza costante sulla scena di un coro di satiri, quelle figure demoniche, dall’aspetto metà umano e metà animale, che nell’immaginario mitico si accompagnavano allegramente al dio Bacco.
Si pensa che la tragedia stessa (in greco tragodìa, “canto del capro”) presentasse in origine un coro satiresco, in quanto nata come manifestazione del culto di Dioniso; ma poi essa andò sviluppandosi per un’altra strada, assumendo caratteri di eroica serietà, di profonda riflessione morale, di interrogazione religiosa.
Il coro buffonesco e caprino dei satiri fu perciò abolito.
Tuttavia il pubblico, almeno quello culturalmente più semplice e più affezionato alle tradizioni rustiche e realistiche dell’Ellade arcaica, pretese di rivedere i satiri sulla scena: e fu infine accontentato dal poeta Pràtina di Fliunte, nel Peloponneso (VI sec. av. Cr.), che viene ricordato come l’inventore del genere satiresco, divenuto con lui autonomo rispetto a tragedia e commedia. Il dramma satiresco, di rozza forza comico-satirica, prese il quarto posto nei concorsi tragici e veniva rappresentato dopo le tre tragedie iniziali di ogni autore concorrente.
Di tutto il repertorio di drammi satireschi greci, è giunto intero fino a noi soltanto Il Ciclope, dell’ateniese Euripide (485-406), il poeta laico e razionalista, amico dei Sofisti e forse di Socrate, autore di capolavori come Alcesti, Medea, Ippolito, Le Troiane, Le Baccanti. Quest’anno, il laboratorio teatrale del nostro liceo ha scelto di lavorare proprio sul Ciclope: infatti, dopo avere affrontato la tragedia della figlia di Agamennone, rielaborando le pagine dell’Ifigenia in Aulide dello stesso Euripide, vogliamo tentare di vedere, e far vedere, le cose umane attraverso la lente deformante, grottesca ed espressionistica, tipica del dramma satiresco.
Nel testo greco, ispirato al IX canto dell’Odissea, troviamo i Satiri ed il loro anziano genitore Sileno schiavi del Ciclope, costretti, contro il loro costume, a lavorare sodo, senza vino né danze né amori. Ulisse, di ritorno da Troia, càpita nell’antro e propone ai Satiri di aiutarlo nell’impresa dell’accecamento di Polifemo.
Sileno e i suoi accettano, anche se nel momento decisivo vengono presi da una comica quanto irrimediabile paura.
L’impresa comunque riesce e insieme ai Greci anche i Satiri fuggono, intenzionati a ritrovare il caro, perduto Dioniso.