IL GIORNALE DELL’OLTREPO’, Aprile 2010, di Antonella Ferrari

In scena “Il Re e il Dio”

“Prima” del nuovo lavoro allestito dal Laboratorio del Liceo

Attesissimo, torna sulla scena il Laboratorio Teatrale del Liceo di Broni, della scuola secondaria superiore Faravelli-Golgi, con un nuovo lavoro – Il Re e il Dio – liberamente tratto ad opera di Bruno Civardi dalle “Baccanti” di Euripide. E’ il quarto testo del grande poeta tragico greco ad essere rappresentato dagli studenti guidati da Civardi, che è come sempre il regista delle pièces. Prima di questa sono state realizzate Aulide. Ultimi aggiornamenti sul caso Ifigenia, Il Ciclope, Le Troiane; ma anche altre opere, di altri autori, sono state rielaborate e messe in scena: O bella età dell’oro (da “Aminta”, del Tasso), Orfeo ed Euridice dal Poliziano,  L’Amore universale. Dal vangelo secondo Chiara e Francesco, con brani di Dante e di altri poeti. E, prima di tutto, Il papa angelico che nel 1996 vinse il primo premio al concorso nazionale di Sulmona. Ricordiamo anche un vivacissimo recital di poesie dialettali (S’era vûn che in diâlât parléva no) e il progetto Fare Letteratura, con una serie di liriche composte e presentate dagli studenti. Quindici anni di attività coronata da un successo crescente e dal crescente coinvolgimento dei ragazzi nel mondo dei classici e della poesia.

“Baccanti” (406 a. C.) è l’ultima opera di Euripide e la sola in cui un nume partecipi a tutta l’azione. Tratta la vicenda della cosiddetta “passione di Dioniso”, che vuole introdurre in Grecia il proprio culto: secondo alcuni, nucleo originario della tragedia al suo primo fiorire. Questa la trama. A Tebe, dove il dio è nato da Zeus e da Semele, figlia di Cadmo, la paternità divina è negata dalle sorelle della madre; perciò il dio giunge in città, sotto le spoglie di uno “straniero”, per punirle e vendicarsi del re Penteo (figlio di Agave, una delle sorelle), il quale intende bandire tutto ciò che riguarda il sacro dalla vita politica e sociale del suo regno, convinto che la sola ragione possa garantire pace, ordine ed etica pubblica. Dioniso invasa di sé le donne tebane e le fa andare sul monte Citerone a celebrare i riti orgiastici in suo onore. Anche l’indovino Tiresia e il nonno del re, Cadmo, si adattano al dionisismo e sollecitano Penteo a fare altrettanto; ma il re è intransigente e arriva al punto di far incarcerare “lo straniero”. Un terremoto schianta però il palazzo e il dio, tornato libero, convince Penteo a travestirsi da baccante per assistere di persona a quanto sta accadendo sul Citerone. Salito su un albero (che per ordine di Dioniso si inchinerà poi fino a terra), Penteo viene catturato dalla propria madre, invasata, e ridotto a pezzi dalle Baccanti. Agave torna al palazzo con la testa mozza e sanguinante del figlio infissa sul tirso, senza rendersi conto di ciò che ha fatto e credendola la testa di un giovane leone. Mentre vanta l’abilità delle donne, che hanno ucciso a mani nude un leoncello per onorare Dioniso, il padre la porta pian piano a ritrovare se stessa. La tragedia si chiude con il tragico risveglio della donna.

“Il Re e il Dio” riprende in toto la vicenda, ma con la tecnica del teatro nel teatro interseca ad essa l’attualizzazione voluta da Civardi: quella di un Professore che propone ai suoi studenti una interpretazione della tragedia secondo la quale Dioniso prefigura Cristo, mentre Penteo rappresenta l’utopia negatrice della dimensione religiosa. Tutto ha inizio con l’annuncio della morte di Dio da parte di un Uomo Folle e si conclude con l’affermazione del Professore, il quale ricorda come la tragedia nacque in Grecia dal miracoloso incontro fra lo spirito di Dioniso e quello di Apollo.

“Si tratta di un’opera molto impegnativa sul piano culturale – precisa Civardi – ma di grande forza e bellezza drammatica. E’ la storia di un re che non volle riconoscere un dio. E la divina potenza, misconosciuta e offesa, si abbatte terribile sul piccolo e presuntuoso potere umano, che progettava una società ordinata e tranquilla, esente da ogni irrazionalismo e insensibile ai brividi del sacro. Agave, la madre accecata da Dioniso, che non riconosce ed uccide il frutto delle proprie viscere, assurge allora a simbolo di un mondo impazzito che, pretendendo di negare ogni spazio al divino, rischia di uccidere se stesso, tagliando via da sé le proprie radici vitali. La crisi che sta vivendo oggi la società occidentale si era già manifestata nell’Atene del quinto secolo avanti Cristo ed aveva forse convinto il vecchio e laico Euripide a riflettere sul valore positivo, o almeno ineludibile, della dimensione religiosa. Ma se in Grecia, dopo Dioniso e gli altri Dei, venne Cristo a riempire il vuoto, ora, se Cristo morisse veramente, chi potrà mai salvarci dall’abisso, dalla fine della nostra civiltà?  Queste sono le domande che lo spettacolo intende suscitare”.

E a questo tendono l’inserimento del personaggio del Professore ed il parallelo instaurato dalla sua maieutica teatrale. Del resto, come afferma lo Zolla, molti Padri della Chiesa avevano stabilito un nesso strettissimo fra il dio greco e Gesù, dissolto per sempre solo da Nietzsche, che ha proposto la figura di Dioniso quale “anticristo”. Il Cristianesimo, ci spiega ancora Civardi, pur avendo condannato le pratiche più indecorose ed impure del dionisismo, reprimendole e allontanandole dal quadro della civiltà che intendeva costruire, ne aveva sostanzialmente custodito la sapienza profonda, quella dello spirito. L’incontro fra Dioniso e Gesù si manifesta anche a livello estetico: la Passione di Cristo è legata al “brutto”, è antiapollinea, poiché il dolore di Cristo è un lacerarsi del corpo, inchiodato ad una macchina lignea di tortura, la croce. La Redenzione non avviene nel segno del “bello”, cioè non è assimilabile alla statuaria greca. Anche se la Risurrezione è trionfo di luce, la Redenzione resta una tragedia divina inevitabile. Sono le tenebre, il mistero, il brutto (ovvero gli elementi dionisiaci fondamentali) che ci salvano: non il bello, non l’apollineo puro. Della grande portata perturbante, ma salvifica, del brutto erano forse coscienti i Padri del Cristianesimo e i medioevali; poi però è stato necessario attendere il XIX secolo per coglierne ancora il senso e rivalutare, con il romanticismo, il “brutto” nell’arte. E’ stato comunque il Cristianesimo a sublimare iconograficamente , nel corpo del Cristo, il concetto del brutto e del doloroso, facendone lo strumento catartico della sconfitta del male, e della Resurrezione. In questo la teologia cristiana, dice ancora lo Zolla, in quanto teologia del corpo, è ancora esoterismo dionisiaco”.

“il Re e il Dio” recupera la compenetrazione e lo scontro fra il pensiero razionale e la passionalità istintiva da cui fu dominata tutta la produzione di Euripide, utilizzando uno dei miti sull’ostilità incontrata dal culto e sul processo storico che dovette accompagnarne l’accettazione da parte delle poleis, rapportando il tutto al presente, mediante gli interrogativi posti dal Professore al gruppetto di studenti che assistono “dall’interno” alla tragedia. Ne è sintesi perfetta una frase di Platone, collocata in epigrafe all’antiprologo: “I doni più grandi ci vengono dalla follia”.

Non solo. “Dioniso – sottolinea Federica Tosca, la ragazza che lo incarna sulla scena – fonde in sé il fanciullesco con la maturità, l’ingenuità con il calcolo, gli slanci della generosità con la più meschina grettezza … volontà ora di dolcezza e pace, ora di lotta e vendetta, orgoglio di una origine superiore e rabbia per non essere accettato”.

Tutto ciò fa dell’opera un’occasione educativa straordinaria, non solo per le conoscenze cui conduce, ma soprattutto per l’analisi di sé, dei propri pensieri e sentimenti, del proprio futuro, cose che i ragazzi avvertono spesso con disagio, ma che dovranno in qualche modo operare e chiarire. “E’ una terapia d’urto contro la timidezza e ogni sorta di impaccio”- dichiara una “baccante” del Coro; e altri aggiungono: “Recitare, emozionarsi, mettere a nudo anche il pubblico, o almeno aiutarlo a mettersi a nudo … e dimenticare se stessi, diventare un dio, un re, un sacerdote, una baccante”.

“L’adolescenza – conclude Civardi – passaggio determinante per la formazione della personalità, è diventata una sorta di corridoio sempre più lungo e stretto, in fondo al quale spesso ne comincia un altro e poi un altro ancora. Noi adulti dobbiamo cercare dei varchi che ci introducano in questo corridoio e ci permettano di sorvegliare il processo di crescita delle nuove generazioni, stando loro vicini e comunicando con esse attraverso tali varchi; solo quando sia davvero necessario, siamo chiamati a intervenire, senza troppo interferire. Io penso che il laboratorio teatrale rappresenti uno di questi varchi, che ci consente di penetrare anche profondamente nelle dinamiche di un gruppo giovanile, senza incontrare tutte quelle resistenze che si incontrano in altre situazioni. Il teatro permette anche a noi educatori di educarci, induce tutti a conoscersi meglio … sono certo che, se alla chiusura del sipario domandassi a ciascuno dei miei studenti-attori se ora conosca meglio se stesso, tutti risponderebbero: sì, e conosco meglio anche gli altri. Ciò vale anche per il professore-regista e per chi collabora con lui”.

Appuntamento dunque il 15 maggio al Teatro De Tommasi di Broni e poi il 21 maggio al Sociale di Stradella. Ricordiamo intanto il cast al completo: oltre a Bruno Civardi (testi e regia), Domenico Pinardi e Gabriella Dapiaggi (scene e oggetti scenici), Giangiacomo Pinardi (musiche e declamazioni), Nicoletta Vercesi e Marta Pregnolato (coreografie), Andrea Tisato (luci e suoni); e infine gli attori: Giulia Maria Brega, Emanuele Casali, Valerio Del Grande, Federica Guerrini, Andrea Pozzi, Antonio Lenti, Marco Landone, Ginevra Rasenti, Beatrice Sturla, Giulia Giannoni, Chiara Marchet, Federica Mellia, Caterina Pietra, Carlo Caporali, Andrea Robone, Michele Curedda, Simone Ferro, Simone Carli, Iacopo Pelizza, Valentina Pisotti, Paolo Calderoni, Federica Tosca.