L’Aminta e noi … i personaggi

Nell’Aminta del Tasso non conta molto la rappresentazione della esile trama inventata dall’autore; anzi, il dialogo ed il racconto prevalgono nettamente sull’azione. Sono invece essenziali l’atmosfera idillica e l’onda musicale del verso. Di fronte a tanto, noi non abbiamo preteso di riproporre tout court la versione originale dell’opera (operazione destinata probabilmente al fallimento); il testo spettacolare del nostro laboratorio introduce quindi alcune modifiche. Innanzi tutto, i dialoghi sono stati riscritti in prosa, lasciando tuttavia disseminati, qua e là, frammenti significativi di poesia. Ed anzi, per rafforzare ulteriormente l’idea di una “festa poetica rinascimentale” sono stati introdotti dalle Rime del Tasso quattro madrigali, insieme a versi del Sannazzaro (Sovra una verde riva), dell’Ariosto (A che più strali, Amor), del Monti (Ahi, lungi, lungi feroce idea). Vi sono inoltre richiami a Michelangelo (Non ha l’ottimo artista alcun concetto) e a Leopardi (Odi, Melisso, or vo’ contarti un sogno).

Accanto ai personaggi principali, ne compaiono di nuovi. Tra questi, il Regista, lo Spettatore e la Spettatrice, che intervengono ad un certo punto a rompere l’illusione scenica, discutendo della attualità e dei significati dell’opera in corso di svolgimento. Ci sono poi i personaggi del coro pastorale: Elpino, Caristo, Melisso, con Fillide, Egle e Nerina. Anche tra queste figure alcune risultano di nuova invenzione, come lo sboccato e rude Caristo, l’ingenuo e balbettante Melisso, la spregiudicata Egle, la buona e dolce Nerina.

Il protagonista, Aminta, è un giovane orfano, cresciuto sotto la tutela del più anziano amico Tirsi; è dotato di spirito indipendente e di una moderna ambizione imprenditoriale. Molto sensibile alla passione e allo sconforto, appare ossessionato dal pensiero del suicidio e, quando crede Silvia perduta per sempre, si getta effettivamente nel vuoto per morire, salvandosi per puro miracolo. A prescindere dallo scontato lieto fine, è quasi un personaggio tragico.

Silvia non è fredda, crudele e insensibile, come Dafne l’accusa; piuttosto è impreparata a vivere un amore così precoce, intenso ed esclusivo, come quello che Aminta le offre; ne ha paura e lo fugge, mostrandosi dura e aggressiva. Ma porta in sé il peso del suo stesso rifiuto, che la fa cedere di schianto alla notizia della presunta morte di Aminta. Allora si rivela e si confessa innamorata.

Tirsi è’ il “pastore anziano” della tradizione, che ha quasi l’obbligo di interpretare il ruolo del consigliere sapiente e maturo. Si dichiara soddisfatto di avere un buon padrone, e ciò lo rende figura del passato rispetto ad Aminta (ma fa giustamente osservare che un Mecenate non si butta via, e che il successo ed il profitto inseguiti dall’imprenditore moderno possono essere padroni più temibili … il discorso sociale e politico è appena accennato, ma chiaro). Tirsi vive un rapporto un po’ incerto con Dafne, da tempo sua compagna, e sembra covare un segreto interesse – non di tipo paterno o fraterno – per Silvia stessa, tanto più giovane di lui. Tuttavia si domina ed alla fine accetta di sposare Dafne, perché sente che è giusto così. Tirsi è una delle proiezioni dell’autore.

Compagna un po’ scontenta di Tirsi, Dafne ha il timore di invecchiare e mostra invidia per la più giovane Silvia. D’altra parte non manca in lei il desiderio della maternità e della stabilità. Il suo ruolo scenico sarebbe quello di consigliera di Silvia; ma Dafne non possiede l’equilibrio e la pazienza necessarie, si pone allo stesso livello della femminilità adolescenziale di Silvia, irritandosi e scontrandosi con lei irrimediabilmente. Ha comunque una acuta intelligenza e mostra di conoscere gli aspetti più ambigui e nascosti dell’eros. Come Tirsi sente attrazione per Silvia, così Dafne la sente per Aminta. Ma poi questa tentazione (forse solo una ripicca nei confronti di Tirsi) lascia il posto alla riconciliazione e alla corretta sistemazione di ogni problema. Il finale vede ricuperata da tutti la perduta armonia.

Nel testo originale Amore e Venere compaiono rispettivamente nel Prologo e nell’Epilogo. Qui appaiono insieme, all’improvviso,  in una scena movimentata, in cui la dea madre insegue il figlio ribelle con l’intenzione di dargli almeno qualche scapaccione … Venere rinuncia però al suo primo intento, riconoscendo la verità e la incredibile saggezza delle parole di Cupido sull’amore.

Il Satiro è il personaggio più infelice e tragico della vicenda. Divorato dall’amore impossibile per Silvia, emarginato dalla sua condizione di “diverso” e soprattutto – egli crede – dalla sua posizione sociale ed economica inferiore (per lui, l’età dell’oro significa, al negativo, solo un mondo dominato dal potere e dalla ricchezza), sceglie la via della violenza, rinunciando alla umanità e alla civiltà che, forse, aveva tentato di perseguire.

Elpino è invece la figura più limpida, umanamente e moralmente forse la migliore di tutta la vicenda. E’ buono, generoso, saggio, paziente. Mentre Fillide ancora lo respinge, egli non accusa la donna, bensì dichiara che è solo sua la colpa di non saper farsi amare. Sa aspettare: e alla fine raggiunge la felicità meritata, senza passare attraverso drammi, e sempre controllando con misurata ragione le proprie passioni. E’ anch’egli poeta e, più dello Tirsi, figura dell’autore.

Un po’ come Silvia, Fillide ha paura dell’amore. E’ però più responsabile e matura della fanciulla di Aminta, e saprà convincersi (senza esperienze troppo drammatiche) che Elpino è l’uomo giusto della sua vita. L’effetto coppia viene così a moltiplicarsi gioiosamente.

C’è infine un gruppo di ninfe, che fanno la loro breve apparizione danzando i versi che Elpino dedica alla misteriosa “Amaranta”.  Si è cercato in tal modo di dare vita ad uno spettacolo vario e ricercato, ora lieve e sorridente ora malinconico e serio, di prosa e poesia, musica e danza, in grado di dilettare anche il pubblico di oggi, rinfrescando senza tradirla l’impronta inconfondibile del suo primo autore.