IL GIORNALE DELL’OLTREPO, MAGGIO 2012 – di Antonella Castellazzi Ferrari
Con “Il sangue della madre”
IN SCENA IL SENSO DEL SUBLIME
Riconfermato il successo di Bruno Civardi e del Laboratorio Teatrale del Liceo di Broni
“Me ne andrò supplice, errante ancora, dalla mia terra, lontano da ogni pace …”: con la desolazione di un dramma appena compiuto e la condanna ineluttabile che lo segue si definisce il destino di un personaggio e si viene totalmente immersi in un mondo in cui non si poteva concepire la giustizia se non in un atto di vendetta. Sono le ultime parole pronunciate da Oreste nel dramma “Il sangue della madre”, ispirato alle Coefore di Eschilo (Atene, 458 a. C.), prima che la follia lo avvolga, presentandosi a lui l’orrenda visione delle Erinni, le demoniache figure che perseguitano il matricida. Ci troviamo alle radici antropologiche e sociali del tema della pace. Oreste è il figlio di Agamennone, il potente sovrano di Argo e Micene; era ancora un fanciullo quando sua madre Clitennestra e l’amante di lei, Egisto, gli avevano ucciso il padre, appena tornato vincitore dalla guerra di Troia. Ora è un uomo ed ha appena compiuto ciò che riteneva il proprio dovere, uccidendo a sua volta i colpevoli. La giustizia, arcaicamente intesa come vendetta, pretende che il sangue sia lavato col sangue; ma per fare questo Oreste ha dovuto uccidere anche sua madre ed è caduto preda dei rimorsi più atroci, che il mito rappresenta incarnati nelle Erinni. Già prima egli era lacerato dal conflitto tra le due esigenze, ed ora tale conflitto lo travolge: quando e dove troverà mai la pace?
Nella vicenda che Eschilo mise in scena (in tre drammi consecutivi: Agamennone, Coefore, Eumenidi, col titolo complessivo di “Orestea”) c’è anche l’aspetto sociale e politico del problema. Come può sopravvivere la città, ovvero una qualsiasi comunità umana, se le vendette individuali e familiari la straziano di continuo in una sequenza senza fine? Nel terzo dramma della trilogia, Oreste trova rifugio ad Atene e si sottopone al giudizio del tribunale cittadino, il celebre Areopago,, la cui sentenza lo assolverà a patto che cessino per sempre le vendette private e che i diritti delle madri siano comunque riconosciuti. Le Erinni, placate, si mutano allora in Eumenidi (“benefattrici”) … “il discorso sarebbe lungo e complesso: basterà dire che la pace, quella dell’individuo e quella della polis, è la ragione segreta e la meta ultima che muove l’opera di Eschilo nel suo complesso, ed anche la parziale rivisitazione che ne fa il nostro testo”. A parlarci del lavoro teatrale andato in scena a Stradella il 4 maggio e al Fraschini di Pavia l’11, è il prof. Bruno Civardi, autore e regista, artefice e guida del Laboratorio Teatrale del Liceo di Broni, attivo da più di un decennio e ora conosciuto anche oltralpe. Ricordiamo, tra le numerosissime produzioni teatrali di Civardi (cui si aggiunge il recente romanzo Maria Tramaglino): Ifigenia, Il Ciclope, Le Troiane, sulle orme di Euripide; O bella età dell’oro, da “Aminta” del Tasso; Orfeo ed Euridice, dal Poliziano. Con Il sangue della madre Civardi riprende un altro grande della famosa triade dei tragediografi greci, Eschilo, riscrivendone le “Coefore” in modo complessivamente fedele al testo originario, ma con alcune eccezioni. Innanzi tutto, una curiosa introduzione: il personaggio di Egisto viene sul proscenio a parlare al pubblico, presentando se stesso e i retroscena della storia che si sta per rappresentare. Si fa cenno in tal modo al tragico mito dei Tantalidi e alle ragioni profonde dell’odio che portò all’assassinio di Agamennone. Contravvenendo poi ancora ai canoni della drammaturgia greca, l’uccisione di Clitennestra da parte del figlio Oreste si compie sulla scena, davanti agli spettatori, per motivi – ammette Civardi – “dichiaratamente spettacolari”. Poco prima, l’amante e complice della regina, Egisto, finisce invece ucciso all’interno del palazzo, come previsto dall’autore antico. Si sentono le sue grida levarsi, ma poi il personaggio esce barcollando dalla reggia e va a stramazzare (significativamente) ai piedi della tomba di Agamennone. I due corpi restano esposti e visibili sul palco per tutta la parte finale del dramma. Quando infine tutti escono di scena, Egisto si rialza e fa rialzare Clitennestra prendendola per mano: la coppia viene sul proscenio ed Egisto si rivolge nuovamente al pubblico accennando, non senza ironia, alla conclusione della vicenda, con il processo a Oreste davanti all’Areopago e la sua contestata assoluzione. Introduzione e conclusione, dette dal personaggio “cattivo” di Egisto, servono in tal modo a collegare l’argomento delle Coefore, tragedia centrale della trilogia eschilea, con quanto rappresentato nel dramma precedente (Agamennone) e in quello che segue (Eumenidi). Il lavoro di regia presenta però un’altra e più interessante invenzione: la metamorfosi delle Coefore in Erinni. “Nel testo originale – dice Civardi – poco dopo il matricidio Oreste, assediato dalla follia, vede apparire le Furie (le “cagne della madre”) che prendono a tormentarlo, tanto che egli decide di abbandonare la città e fugge, inseguito da loro. Gli spettatori tuttavia non vedono le Erinni e non ne sentono le parole. Nel nostro spettacolo si è pensato invece di introdurre un inatteso coup de théatre: dopo che Oreste ha mostrato il peplo sporco di sangue nel quale Agamennone era stato irretito e ucciso, ecco Elettra uscire dalla reggia (mentre nel dramma originale non viene più in scena) e pronunciare in tono sibillino alcune parole che in Eschilo appartengono al Coro (“Nessuno mai dei mortali trascorre la sua vita senza affanni, alla vita ciascuno paga sempre il suo prezzo”). E mentre Oreste continua a parlare, preannunciando l’intenzione di recarsi a Delfi, il personaggio di Elettra distribuisce alle ancelle le rosse maschere che ha portato in un canestro; indossandole, il coro delle Coefore si muta in coro delle Erinni. Di esso si fa componente Elettra stessa, unica erinni senza maschera”. L’effetto di questa invenzione viene potenziato dalla musica, dai gesti e dalle battute scritte appositamente per le varie voci che compongono il nuovo insieme. C’è un fine preciso in tutto ciò? Civardi risponde: “Il senso complessivo viene lasciato all’intuizione degli spettatori, i quali troveranno una sorta di conferma nel corto teatrale che chiude, in termini ironici e comici, lo spettacolo: si rivede la scena dell’uccisione di Clitennestra da parte di Oreste; ma questa volta Elettra, còlta da un ripensamento che la porta a solidarizzare, in quanto femmina, con la madre uccide inaspettatamente Pilade e il fratello … sparandogli, per altro”.
Con quest’opera continua il lavoro di conoscenza per gli studenti e di divulgazione per il pubblico del mito e della drammaturgia classica: impegno che si avvale delle coreografie di Nicoletta Vercesi, delle musiche di Giangiacomo Pinardi, delle luci di Andrea Tisato. Il risultato è anche questa volta uno spettacolo di forte impatto emotivo, incentrato sul dramma di Oreste, uomo del conflitto, obbediente al dio e chiamato a compiere il matricidio, ma lacerato nella coscienza e sommerso dall’orrore. Interessanti sono anche i personaggi di Pilade, l’amico sempre al fianco di Oreste; e di Elettra, che da timida e incerta diventa nel coup de scène di Civardi la protagonista del femminino in rivolta. Su tutti giganteggia però Clitennestra, figura di straordinaria grandezza e complessità. Come scrisse il Cantarella: “adultera e madre, dissimulatrice e superba, ambigua e feroce, tenera e beffarda”, e ciò vale sia per il dramma di Eschilo sia per quello di Civardi. E ancora, l’altezzoso e vanaglorioso Egisto; l’innocente Cilissa, umanissima figura della nutrice che si prese cura di Oreste in una corte di corrotti; e infine il Coro, presenza “spirituale” e insostituibile, che commenta passo a passo la vicenda, fino alla metamorfosi finale delle Coefore in Erinni. Il regista rilancia il ruolo del coro greco, con funzioni e simboli nuovi ed inattesi. Abbiamo chiesto a Civardi quanto resta ai suoi ragazzi dell’esperienza di un teatro attualizzato, su radici di autorevole classicità. Risposta: “Basti questa cosa curiosa. Lo studente Simone Carli (Oreste), che è un po’ il leader del gruppo, caricatissimo, porterà alla maturità una tesina dal titolo: E se Freud avesse scelto Oreste? (invece di Edipo)”.