Le musiche inserite nella struttura del dramma sono tutte originali, opera della sensibilità e creatività del M° Cinzio Baldin, la cui collaborazione con il prof. Civardi, quale autore di testi, ha dato già altre volte ottimi risultati qualitativi. L’unica, parziale, eccezione è costituita dal brano che accompagna il balletto conclusivo del secondo stàsimo, il quale ripropone, in forma di arrangiamento, le popolari note di Aquarius, pezzo forte del musical intitolato Hair. Il tema della speranza nell’avvento della pace e dell’amore, tipico della contestazione giovanile americana della fine degli Anni Sessanta, si adegua bene alla gioia corale per le nozze di Achille ed Ifigenia, viste come punto d’avvio di un’epoca luminosa.

Nell’ambito della struttura drammatica, le musiche sono state riservate soprattutto ai corali, tecnicamente indicati con la loro denominazione classica, ovvero:

pàrodo, l’ingresso del Coro
stàsimi (quattro in tutto), gli intermezzi
ésodo, l’uscita del Coro

E qui, pur disponendo di studenti/attori in grado di cantare, si è preferito eludere il ricorso massiccio al canto, onde non assimilare lo spettacolo alla tipologia del melodramma, o del musical, per mantenerlo piuttosto sulla lunghezza d’onda della tragedia. I brani poetici corali vengono pertanto declamati, o cantillati, spesso da voci singole, su di un sottofondo musicale che si adegua sempre efficacemente al ritmo dei versi: si passa così dalla tonalità fredda e accusatoria della pàrodo lucreziana a quella mitica e insieme gnomica del primo stàsimo; dal tono esultante e trionfale del secondo stàsimo, ove le percussioni sottolineano il grido/ritornello Imene, Imene, o Imenéo!, a quello cupo e sgomento del terzo, che vive di un solo, martellante, crescendo; fino all’ésodo, ampio e solenne, segnato con sapienza da un tocco di archi.

Il canto è comunque presente in un momento cruciale del dramma: quando, al quarto stàsimo, la protagonista canta, con la sua voce di acerbo mezzo soprano, la Canzone di Ifigenia, melodicamente squisita e altalenante fra malinconia e senso del riscatto. Un coro maschile di bassi, fuori scena, interviene in dialettico contrappunto, con bell’effetto lirico, intonando il Dimenticate, o figli…

Sia le declamazioni corali sia la canzone, dopo un congruo numero di prove, sono state registrate in sala d’incisione e saranno trasmesse in playback: un modo in più per coinvolgere gli studenti nella costruzione, anche tecnica, dello spettacolo e, nello stesso tempo, prevenire possibili difficoltà e sostenere il loro impegno.

Mentre i cori hanno un’impronta musicalmente equilibrata, fra il classico ed il moderno, al di fuori delle parti corali i suoni tendono maggiormente verso la modernità. Ciò vale, ad esempio, per le sigle che precedono la lettura dei “notiziari da Aulide”, le quali rimandano al telegiornale greco di oggi.

Nel testo spettacolare di questa Ifigenia non sono state previste vere e proprie esibizioni danzate, le quali avrebbero rischiato di costituire dei pezzi a sé stanti rispetto all’insieme, interpretati – per necessità – solo da quelle studentesse del liceo che vantano una loro, personale, pratica nel balletto classico, ma che sarebbero state, quest’anno, estranee al gruppo che ha lavorato sul dramma, pertanto non coinvolte direttamente nella sua recitazione.

Come invece si sa, il nostro Coro – in quanto “popolo di Aulide” – partecipa di continuo alla vicenda, aggirandosi sulla scena, a imitazione dei cori tragici greci, che interagivano con l’ypokritès, restando sempre nell’orchestra. Di qui, la scelta di evitare la danza e di guidare i sette componenti, o voci, del Coro (tre maschi e quattro femmine) all’apprendimento e all’espressione di determinati movimenti ritmici, in armonico accordo con la trama lirica dei brani declamati e con la musica che li riveste ed accompagna: ciò si verifica nella pàrodo, negli stàsimi primo, secondo e terzo (il quarto è occupato dalla Canzone di Ifigenia) e nel lungo ed impegnativo esodo.

Ognuno di tali brani è stato scomposto in tante piccole “tessere ritmiche”, interpretate individualmente e/o coralmente dai sette componenti il gruppo; ogni “tessera” ha in sé la valenza di una parola, nel senso che il gesto o il movimento che la caratterizza mira a presentarsi come il significante di un particolare ed evidente significato, il quale poi si aggiunge al testo ed alla musica potenziando, quale terzo elemento linguistico, la semantica dell’insieme. La ricomposizione ordinata delle varie tessere o parole ritmiche dà quale risultato l’abito coreografico di questo spettacolo, ovvero una sorta di seconda e vivente scenografia.

Detto questo, bisogna aggiungere che, nell’ambito dell’intero spettacolo, sono stati individuati anche due momenti di balletto classico in piena regola:

in occasione del secondo stàsimo, dedicato a festeggiare le illusorie nozze di Ifigenia ed Achille: mentre le sette voci del Coro inneggiano al dio Imene, uscirà a danzare un autentico gruppo di quattro ballerine (Francesca Bernini, Alessia Celsi, Elisa Covini, Francesca Magistrali) seguendo le note gioiose del tema nuziale.

in occasione del quarto stàsimo: mentre Ifigenia (Alice Lanati) eseguirà la propria canzone sacrificale, con il suggestivo contrappunto di alcune voci maschili fuori scena, una seconda figura femminile (Caterina D’urso, ovvero Anattoride) interpreterà una danza attorno alla nobile vergine di cui essa è l’ancella, proponendosi anche così come suo “doppio”.

Moti e danze di corpi, ma anche danze e moti di luce. L’elemento luminoso avrà, come è giusto, un posto di rilievo nell’insieme spettacolare, pur non essendo stato previsto da questa regia nulla di particolarmente eccezionale in tal senso. La luce segnalerà l’alternanza giorno-notte, e dovrà rimarcare la presenza scenica di alcuni personaggi in momenti determinati del dramma, come – ad esempio – nel secondo epilogo, là dove lo Studente-Narratore evoca le ombre dei tre protagonisti. A quel punto, un buon effetto buio/luce sarà di fondamentale importanza per la ricezione emotiva della scena.