AULIDE. ULTIMI AGGIORNAMENTI SUL CASO IFIGENIA

PERSONAGGI ED INTERPRETI

I CICERONI DELLA TRAGEDIA:


LO STUDENTE (Simone Arrighetti, V A)

Il personaggio dello Studente non recita, non almeno nel senso proprio del temine, e pertanto non si deve immedesimare in nessuno, se non direttamente in sé stesso.

Simone Arrighetti, designato per questo ruolo, resta quindi un giovane come tanti, capace di sognare, che si dedica con passione ai propri interessi, ma che in certe occasioni sa riflettere e giudicare. In lui si fa sentire la curiosità di conoscere e la convinzione che nessuno, finche avrà vita, cesserà mai di imparare e di far suo ciò che ha appreso. Ed è veramente questo che rende la vita sempre nuova, stravagante ed imprevedibile, regalando magia anche alla più semplice quotidianità.

Il compito dello Studente è presentare il tragico destino di Ifigenia, una piccola donna nata e morta per la comunità: un fatto che si ripete anche dentro la nostra attualità, in particolare quando si fa sacrificio dei valori per compensare le impellenti necessità economico – politiche.

Facendo uso di un discorso chiaro e genuino, lo Studente ricorda due grandi “poeti e filosofi della Ragione”, Euripide e Lucrezio. Costoro furono primi ad analizzare le fondamenta di una religio la cui fama incominciava a scricchiolare alla luce di crudeli rituali.

Quindi, quasi ripetendo una lezione sulla quale ha ben riflettuto, Simone invita gli spettatori a stuzzicare quella gioia di conoscere, un po’ dimenticata a causa della frenesia della nostra vita di routine, che non concede un momento per pensare. Dunque, sarebbe davvero un sogno “strofinarsi” solamente, contro questo mondo, senza consentirgli di tenerci tutti per sé.

E questo lo sa bene il nostro Studente, che propone agli spettatori di ritornare un po’ scolari e di apprendere, quanto più possono, l’amaro realismo di quest’antica, ma moderna tragedia.

I LETTORI (Valeria Aquilani e Giulio Marchesi, IV B)

I due Lettori entrano, non propriamente in scena, ma in gioco, in corrispondenza dell’inizio dei primi quattro episodi e poi in chiusura del progetto tragico, dopo il secondo epilogo.

Il loro ruolo é legato all’utilizzo della forma del notiziario; perciò possono essere paragonati agli attuali giornalisti televisivi, che ci leggono ogni sera il telegiornale. Infatti, in ogni loro apparizione, forniscono informazioni sulla situazione in Aulide, riportando le (scarse) novità giorno per giorno, con lo scopo di introdurre, e nello stesso tempo anticipare, i vari episodi. Il pubblico potrà fare poi il confronto tra ciò che l’informazione trasmette e ciò che realmente vede accadere.

Il loro modo di presentarsi e, in particolare, il ricorso a questa specifica forma di comunicazione costituiscono un elemento di forte modernità, che, affiancata al frequente uso di termini ed espressioni come “carattere tecnico”, “disgregazione”, “conferenza stampa”, “no comment” e simili, contribuiscono a far percepire con effetto immediato l’attualità dei contenuti e delle tematiche della rappresentazione. Ciò è perfettamente funzionale al proposito dell’autore e regista.

Di carattere innovativo e di taglio giornalistico sono anche i loro successivi interventi. L’ultima apparizione dei due Lettori si ha in corrispondenza della conclusione, ove domina un’atmosfera di precaria ed apparente serenità, determinata soprattutto dall’ultima frase del primo Lettore, che, esprimendo il comune desiderio di ogni popolo, manifesta la speranza di una guerra breve (se questa dovrà necessariamente esserci). Ma soltanto con l’augurio formulato, al di fuori di ogni schema, tra le braccia della Lettrice, dal piccolo interprete di Oreste (“La pace!”) si infrange quel velo di artificiosità che caratterizza fin dal principio la presenza dei due Lettori.

LA FAMIGLIA IMPOSSIBILE:

AGAMENNONE (Davide Nascimbene, V A)

Il re di Micene si presenta come un eroe, che un tempo ha conosciuto la forza d’animo e il vigore con il quale affrontare le situazioni di petto, ma che, di fronte al “necessario” sacrificio della figlia, mostra tutta la fragilità e la limitatezza di un qualsiasi essere umano. Combattuto ed infine abbattuto da una gran confusione, egli non trova pace. Si strugge, infatti, al pensiero di lasciar prevalere il suo incommensurabile amore di padre, ma nello stesso tempo si sente spingere verso un’azione calcolatrice, a servizio dell’utile collettivo. Il personaggio è quindi fedele alla psicologia della figura euripidea, anche se il tema della vergogna nei confronti dei Greci (che in Euripide fa irrigidire, ad un certo punto, Agamennone in favore del sacrificio) è molto più sfumato.

Ora il quesito è d’obbligo: “Rispettare il diritto alla vita di una creatura (niente meno che sua figlia!) o lasciarsi schiacciare dai doveri di sovrano?”

Agamennone si destreggia tra due fuochi, con una tecnica temporeggiatrice, tant’è vero che tenta di allontanarsi dalla dolorosa proposta avanzata dai suoi consiglieri, ossia il sacrificio, sperando nell’avvento di un deus ex machina in grado di porre rimedio alla triste situazione. Inoltre vorrebbe ritardare il dolore della sua Ifigenia, mantenendola all’oscuro di un destino di morte che, come la spada di Dàmocle, incombe sulla sua testa. Nell’animo del re pungono i doveri che egli sente nei confronti del popolo e in particolar modo nei confronti dei guerrieri che andranno a combattere nella lontana Tròade, mettendo in gioco la loro esistenza e l’onore della Grecia tutta. Agamennone si sente in balìa di una volontà che non gli appartiene più: “E’ La Grecia che vuole per noi, sono gli Dei e il Fato”.

Così, frustrato, Agamennone è facile preda di Ulisse, un vero e proprio “giocoliere della parola” che, lontano mille miglia da una traccia di sensibilità, non fa altro che ricordargli l’utilità, quindi la necessità del rito.

Dunque il re di Micene, forse per sua debolezza, forse per timore di opporsi ad una religio profondamente sentita dal popolo e fondamento della sua unità, accetta di versare il sangue del suo sangue.

Il difficile panorama che il re si trova dinanzi, non può far altro che sottolineare quanto sia impegnativo per un leader di governo adottare un comportamento mutevole, adeguato alle esigenze del momento.

L’audace autore rinascimentale Niccolò Machiavelli, nel suo trattato Il Principe, scrive che ogni sovrano “se li tempi e le cose mutano, e’ rovina, perché non muta modo di procedere. Né si truova uomo sì prudente che sappi accomodare a questo; sì perché non si può deviare da quello a che la natura inclina; sì etiam perché, avendo sempre uno prosperato camminando per una via, non si può persuadere partirsi da quella” (Cap.XXV).

In virtù di queste perle di politica è necessario trascurare il pianto della propria coscienza?

Tutto questo potere, questo onore, questa gloria sono poi in grado di compensare l’omicidio di una giovane pura? Non si può fare a meno di notare che fama, potere, onore si sciolgono come neve, al sole della parola vita. Agamennone, intrappolato dalle sottili trame di Ulisse, è troppo debole per rendersene conto. Dunque appare come una marionetta completamente nelle mani del perfido re di Itaca.

Per queste ragioni, Davide Nascimbene dichiara di “non ritrovarsi” nel personaggio a lui assegnato, poco combattivo e troppo succube degli altri: chissà se incontrerà difficoltà di interpretazione. Ma se pretende di essere un attore…

CLITENNESTRA (Beatrice Valle, V A)

Clitennestra, moglie d’Agamennone e madre d’Ifigenia, è uno dei personaggi più umani e realistici di tutto il testo. Nel clima tragico e solenne della vicenda, ella si presenta quasi come un personaggio negativo e “fuori posto”: un’estranea nella cerchia degli eroi, uomini d’onore, nobilissimi guerrieri votati al bene della patria.

Invece – osserva Beatrice Valle – se analizziamo il personaggio al di fuori della dimensione teatrale, risulterà evidente come la regina di Micene si avvicini molto di più alla realtà e al moderno di quanto non facciano Ifigenia, Agamennone ed Achille. Clitennestra, infatti, mostra un attaccamento viscerale alla figlia, una preoccupazione per il suo bene che va al di là di ogni schema e istituzione culturale, dell’onore, del costume, del matrimonio, di qualsiasi valore civile, e che supera perfino il sentimento, mostrandosi per ciò che realmente è: il legame istintuale, la legge del sangue che lega una madre al figlio e che ne fa la più coraggiosa di tutte le creature. Chi ha visto una gatta difendere i propri cuccioli, ben può capire che neppure un leone in cerca di cibo da giorni è così pericoloso e disperato.

Il personaggio che più si avvicina a questa donna è, incredibilmente, quello di Ulisse, che si dimostra profondamente “umano” nel suo interesse per il particulare e nel suo uso della ragione, prerogativa indiscutibile dell’umanità. Entrambi i personaggi (sì, anche Clitennestra!) appaiono negativi agli occhi dello spettatore, in un certo senso antipatici; ma probabilmente perché mostrano al pubblico il lato più oscuro e sconvolgente di sé, quello più problematico, che non può lasciare tranquilli.

Altre fondamentali caratteristiche di Clitennestra sono la forza d’animo e la sua evidente abitudine al comando, anche all’interno della sua stessa famiglia. Affronta Agamennone di petto, lo minaccia: “No! Tu, aspetta! E ascolta il mio doloroso furore! (…) Se mandi a morte nostra figlia, e poi parti per la guerra, come pensi che t’aspetterò?” (Quarto Episodio, Scena 1). Frustrata però dalla situazione, Clitennestra, che non sa e soprattutto non vuole piegarsi, trasforma tutto l’amore che portava dentro in odio spietato, in un rancore che non le dà pace e la condurrà alla follia.

Un’altra sua caratteristica, appena sfumata, è infine la velata gelosia che prova per l’amore incondizionato che Ifigenia nutre nei confronti di suo padre (“Vuoi privarmi della nostra primogenita, della dolce Ifigenia, che ti ha sempre amato, più di quanto ami me, sua madre?”, ibid.). Tale possesso del cuore della figlia, parzialmente mancato, non fa che accentuare la natura istintuale del suo affetto per Ifigenia, che va al di là dei suoi stessi sentimenti ed è destinato ad accrescere il rancore nei riguardi dello sposo. Conclude Beatrice: “Un grande personaggio, con molti elementi comuni alla mia natura, nella cui interpretazione voglio dare il massimo delle mie energie”.

IFIGENIA (Alice Lanati, II B)

“Ifigenia, vergine casta,

dolce fanciulla votata al nulla,

figlia innocente di un re potente,

a un Dio crudele troppo obbediente”.

Dalle voci del Coro (Terzo Stasimo) Ifigenia viene descritta come una creatura semplice, fresca e frizzante, alla quale viene impedito di godere della sua giovane vita, della sua immensa gioia di essere, da una religio talmente ingiustificabile da apparire come la più buia e disumana delle superstizioni.

A cospetto di un padre disposto ad offrirla per il bene della comunità, la dolce Ifigenia non prova rancore o risentimento: solo quel vuoto, quella delusione, comportati dalla perdita di qualcosa che si ama profondamente, in questo caso la vita, ma anche l’immagine paterna, cara e protettiva: “Amo la luce, non costringermi a vedere le cose sotterranee” (Quarto Episodio, Scena I).

Sebbene mascherata da tanta tenerezza, la fanciulla resta impaurita e traumatizzata da una sorte così crudele ed inattesa. E’ però abbastanza sensibile ed umile da accorgersi di essere solo una “piccola donna”, che può tuttavia fare qualcosa di grande nel momento in cui riesce a cogliere questa opportunità datale dal destino, nonostante sia un “fiore amaro” (Canzone del Quarto Stasimo).

Ifigenia sente sulle sue spalle il fardello della sorte greca, percepisce di essere la chiave per la vittoria del padre, per la giustizia e l’onore del suo popolo. Dunque è semplicemente una piccola creatura in un grande mondo, che ha bisogno di sacrificarla, forse anche per assorbire un po’ della sua purezza.

Nel De rerum natura, Lucrezio si scaglia duramente contro il sacrificio di un essere umano, voluto dalla banalità di una superstizione inutile e feroce (“Tantum religio potuit suadere malorum”, I, 101-103). Ma la stessa Ifigenia è sufficientemente saggia da riconoscere che” nessuno può ottenere l’impossibile” (Quinto Episodio, Scena IV). Non è arrendevolezza la sua, bensì la fanciulla è consapevole che il suo spontaneo offrirsi avrebbe lavato via, con il suo stesso sangue, la lordura che “albergava nelle oscure camere di troppi cuori” (Epilogo II). Tanta purezza d’animo fa innalzare la giovane al punto che lei stessa pare essere più libera di coloro che ne vogliono manipolare la sorte. Infatti tutto quell’opportunismo, quegli spiriti ben programmati e calcolatori, sono i veri schiavi di una società corrotta, che loro stessi si impegnano a peggiorare, rimanendo però impigliati nei lacci che hanno seminato.

Quindi la figura di Ifigenia risplende della luce dell’ideale; ella si mostra come un exemplum di perfetta virtù, che si può trovare, forse, solo nella finzione.

Infatti tanto nella società di allora, e a maggior ragione in quella di adesso, la maggioranza dei rapporti tra gli uomini obbedisce al triste ed infelice concetto del do ut des e il vero sacrificio resta sempre una parola tutta da scoprire.

Il personaggio d’Ifigenia, senza dubbio ricco anche di sfaccettature, che tocca la vitalità adolescenziale arrivando a misurarsi con il grande enigma della morte, richiede notevole impegno e dedizione.

Alice Lanati, la sedicenne cui è stata assegnata la parte, nonostante l’imbarazzo iniziale e la paura di non farcela, si è sentita particolarmente affine al suo personaggio. Dichiara: “L’altruismo fa parte del mio carattere, ma non tutti riescono a capirmi fino in fondo, poiché a volte io sembro diversa da ciò che realmente sono: ho un animo dolce e solare, ma possiedo anche un lato maturo e avveduto. Direi che Ifigenia è un po’ così, complessa nella sua interiorità, con la dolcezza di una ragazzina, ma l’animo di una donna”.

SERVITU’ E FEDELTA’:

FILODEMO (Marco Ricotti, V A)

Tra i personaggi maschili secondari, merita certamente attenzione e simpatia Filodèmo (letteralmente Amico del popolo, ma forse anche “popolo amico”, “amico fedele”): emblema di onestà e lealtà nei confronti di colui che, comunque, lo tiene in una condizione di asservimento istituzionale. Eppure, da amico e confidente, è pronto a tutto per il proprio re.

Marco Ricotti così presenta il personaggio che interpreta: “Filodèmo svolge un ruolo marginale per quanto riguarda lo sviluppo della storia, comparendo in scena solo nel secondo episodio, ma ciò non significa che non sia un personaggio ben caratterizzato”. Egli partecipa al dolore di Agamennone quando viene a conoscenza della triste notizia del sacrificio di Ifigenia, ed è subito pronto a rischiare per il suo re; infatti, si incarica di portare la preziosa lettera che avrebbe potuto salvare la figlia di Agamennone, ma viene intercettato dal crudele Ulisse. Filodèmo allora non può fare più nulla (egli non è, per suo stesso ruolo, un eroe, armato), anzi con tutta probabilità sarà tolto di mezzo, subito dopo lo svolgimento forzato del nuovo recapito, per evitare che avvisi Clitennestra, o Agamennone, della verità.

Filodèmo attraversa vari stati d’animo. Sa rivendicare, con umiltà, ma dignitosamente, l’uguaglianza di fondo di tutti gli uomini (“Tuo padre Atreo non ti ha generato solo per godere” – dice ad Agamennone – “Benché nobile di sangue, anche tu sei mortale, e devi accettare gioie e sofferenze…”); ragiona e riflette con lucidità; sa capire e partecipare al dolore, mostrando un affetto quasi paterno per Ifigenia; si accascia, distrutto e annullato, dall’intervento di Ulisse. Proprio per questo risulta un personaggio molto umano.

ANATTORIDE

Anattoride (da ànax, signore: sarebbe Colei che appartiene al re) è la giovane ancella che accompagna Clitennestra ad Aulide. Appare in scena in due occasioni, nel terzo episodio e nell’epilogo primo. Entrambi questi momenti sono costituiti da dialoghi con la regina, il contenuto dei quali è sempre molto importante; infatti, nel terzo episodio, la perspicace servetta cerca di persuadere Clitennestra del fatto che il comportamento di Agamennone è stato alquanto “strano”, ma la padrona non dà importanza alle sue parole; nell’epilogo primo è proprio Anattoride, e non il nunzio tradizionale, a dare a Clitennestra la notizia del sacrificio e della misteriosa sua conclusione.

Anattoride non si limita ad essere serva della regina micenea; è anche la custode del piccolo Oreste, che accudisce con amorevoli cure e premure, e soprattutto è amica di Ifigenia, della quale è coetanea. Ed è così attenta nei suoi confronti che la conosce, quasi meglio della madre. Questo personaggio è perciò espressione di una cultura epocale, fondata sulla schiavitù, in cui però la schiava poteva assurgere al ruolo di confidente, nonché di attenta e competente osservatrice degli intrighi di palazzo: purtroppo facilmente zittita (infatti suggerisce a Clitennestra ciò che il suo “cuore di serva” intuisce, ma non viene ascoltata).

Anattoride viene dipinta nelle sua sensibilità un po’ tormentata, nella sua forza interiore e nella ricchezza dei suoi sentimenti. Caterina D’urso, riguardo alla sua parte, ha affermato che: “Nonostante la sua condizione servile (per quanto migliore di altre schiave, poiché al servizio di una regina), Anattoride è una ragazza ricca d’animo, dolce e sincera. Ed intelligente. E’ coetanea di Ifigenia, ma – lo dice lei stessa – una schiava è più adulta dei suoi anni (Terzo Episodio, Scena V) e soprattutto meno ingenua. Solo per un momento mostra rammarico per la sua condizione di serva: quando, con tono malinconico, descrive il paesaggio ed il cielo stellato, che a lei non è permesso di andare a godere liberamente. Il personaggio di Anattoride, anche se minore, è molto vicino a quello di Ifigenia: una infatti è costretta ad una maturità precoce dalla sua condizione, l’altra dalla situazione in cui si viene a trovare a causa del padre. Entrambe affrontano serenamente e fieramente gli eventi, senza perdersi d’animo o piangersi addosso. Il loro agire è determinato dalla purezza d’animo e non dall’interesse, che invece domina l’indole della maggior parte dei personaggi. La figura di Anattoride serve quindi ad amplificare ed esaltare quella di Ifigenia.

Personalmente ritengo che il personaggio di Anattoride sia molto bello: mi piace la sua indole, la sua dolcezza, la sua purezza e semplicità. Per certi versi, mi è anche affine, e quindi non ho incontrato grandi difficoltà nell’interpretarlo e nell’immedesimarmi in esso.”

PRINCIPI E SACERDOTI:

CALCANTE (Andrea Contardi, IV B)

“Lui solo, così almeno si dice, è in grado di svelare i misteri divini…”.

In questo modo lo stesso Agamennone ritrae Calcante, sacerdote e indovino, onorato ed ascoltato da tutti grazie alla sua immagine di strumento della volontà divina.

Egli suscita fiducia e rispetto negli altri poiché è il primo a credere nelle sue capacità e nei suoi poteri: un uomo tutto d’un pezzo, il quale non ammette che la sua parola sia messa in dubbio: “Così si dice e così è: nulla mi sfugge dei segni celesti !” Dubitare della sua arte divinatoria significava attentare al potere che si era ritagliato. Difensore e custode della arcaicità, nei suoi lati più oscuri, finisce con il farsi complice (non sappiamo se involontario) di Ulisse.

Calcante ha il compito di svelare l’antefatto della triste vicenda di Ifigenia, ossia il tanto sciocco quanto grave sacrilegio operato dal re di Micene.

Agamennone infatti, nonostante gli inviti alla prudenza del rigoroso sacerdote, alla vista di una splendida cerva non aveva esitato a scagliare una freccia ed ucciderla.

Nella sua mente infatti non era balenata nemmeno per un momento l’eventualità che la creatura fosse sacra ad Artemide: eppure il cuore del fidato ministro divino che lo accompagnava era inquieto. Calcante comprende che la vergine cerbiatta è incarnazione di Artemide, suo animale totemico. Ma non riesce a prevenire il gesto violento e inconsulto.

Il tono di Calcante, nel ripercorrere le tappe del tragico accaduto, appare impreziosirsi di sfumature differenti.

Se, al suo ingresso in scena, egli mostra un atteggiamento solenne, che trova espressione nel rispettoso saluto ai re di Grecia, via via, facendosi narratore e testimone di fatti soprannaturali, mira a creare con le parole un’atmosfera più soave, quasi fiabesca, che avvolgerà con il suo mistero il luogo sede del grave errore dell’Atride.

Va detto che Calcante mostra una visione radicale della vita, riuscendo a cogliere solo il bianco o il nero delle cose. Da ciò deriva che Agamennone, avendo provocato una pesante offesa alla divinità, necessariamente dovrà redimersi sacrificando qualcosa di altrettanto grande: sua figlia.

Dunque è evidente quanto il grande sacerdote sia fortemente inquadrato, intrappolato anch’egli nelle reti di una religione davvero troppo pretenziosa.

Andrea Contardi, lo studente che interpreterà l’antico sacerdote, non apprezza l’idea di un comportamento sempre irreprensibile e preferirebbe di gran lunga una maggiore flessibilità del suo personaggio. Inoltre Andrea trova curioso (ma nello stesso tempo stimolante) che gli siano affidati ruoli così lontani dal suo modo di essere.

“E’ buffo pensare – dichiara – che ad uno come me, disordinato, a volte poco serio e sempre sregolato, siano state assegnate parti di personaggi di grande compattezza morale che, ironia della sorte, devono loro stessi far rispettare le leggi: in Orfeo ed Euridice, il ruolo di Minosse, supremo giudice degli Inferi, ed ora quello di Calcante, integerrimo ministro divino. E’ pur sempre una sfida per me interpretare simili personaggi e quindi impegnarmi il più possibile per entrare nella parte.”

La sua è una sfida che ha deciso di affrontare con impegno confidando nel fatto che il pubblico, a differenza di Calcante, si mostri un po’ più flessibile, chiudendo un occhio e sfoderando un sorriso nel caso di “un piccolo errore”…

NESTORE (Fabio Crosignani, V A)

Nestore, anziano e saggio re di Pilo, la cui parola era “dolce come il miele” (Iliade, I, 249) compare nel primo atto della tragedia, inserendosi a poco a poco nel dibattito tra i grandi della Grecia riguardo al destino della casta fanciulla.

Egli è cauto, il suo animo è placido e non manifesta né l’irruenza e la presunzione dello stesso Calcante né la spregiudicatezza di Ulisse. Nestore appartiene certamente alla cerchia dei custodi del passato: ma trasmette una percezione positiva dei valori tradizionali. E’ il Nestore pio e sacerdotale del III canto dell’Odissea.

Unico tra i consiglieri del re a provare, solo per un momento, a mettersi nei panni di Agamennone uomo, egli trasferisce su di sé il dolore dell’amico, impotente ad aiutarlo:

“il mio cuore può solo piangere insieme al tuo” .

Nestore tampona, come può, il comprensibile strazio dell’Atride, avanzando due proposte comunque interessanti: mettersi nelle mani del Nume, sperando che per sua bontà intervenga a salvare una vita innocente (in effetti, non sarà così?), oppure interrogare l’oracolo di Delfi.

Ma la consultazione dell’oracolo rappresenta solo una speranza illusoria per Agamennone, che viene riportato alla cruda realtà dal cinismo degli altri consiglieri, i quali non fanno altro che forzargli la mano contro la sua stessa figlia. Nestore si sente così vicino al misero potente da osare trascurare le parole di Calcante, che sanno di sangue e di sofferenza, per lenire con la bontà, sebbene solo per poco, il travagliato cuore di Agamennone.

In buona fede e spinto da una sincera amicizia, il vecchio saggio dice proprio ciò che il re vorrebbe udire; ma le sue confortanti parole vengono brutalmente respinte dai restanti consiglieri, in particolare da Ulisse, che giunge ad offenderlo, come fosse uno stolto o un ingenuo. Invece il personaggio di Nestore porta una ventata di aria pulita in una società fortemente opportunista, riaffermando valori come l’amicizia, la fedeltà e l’impegno di condividere con chi si stima non solo i momenti di gloria, ma anche le difficoltà.

Quindi Nestore non vuole “ingannare” il suo comandante (come Ulisse gli rimprovera), ma solamente desidera per lui il bene e vorrebbe che la ruota girasse un po’ a suo favore, così da evitargli tante pene.

Fabio Crosignani, a cui è stato affidato il ruolo del devoto Nestore, osserva che questo personaggio gli calza a pennello: “Trovo che la scelta di affidarmi questo ruolo sia corretta, poiché, data la mia personalità, credo di riuscire ad infondere a Nestore la calma e la bonarietà che gli convengono”.


MENELAO (Alessandro Fontana, V A)

“Menelao: marito, fratello e zio infelice; ogni cosa che sei è miserabile! ”.

Con queste parole beffarde, di scherno e di offesa, la spia Dolone definisce il re di Sparta.

La definizione può sembrare molto audace, ed è sicuramente d’effetto, ma non manca di una sua verità; la maggior parte delle impressioni suscitate dal personaggio sono infatti negative. Questo Menelao è incerto, forse non malvagio di natura, ma egoista, e soprattutto debole: privo di quegli slanci generosi che Euripide gli aveva dato. Tutt’altro che velata è in lui l’invidia per Agamennone, primogenito, re di smisurati territori e quindi comandante dell’esercito panellenico, acclamato ed onorato dalla Grecia tutta. L’invidia non cessa di divorarlo nemmeno in occasione del turbine che coinvolge Agamennone. Menelao, risentito poiché rimasto sempre un po’ nell’ombra del fratello maggiore, mostra di dolersi solo del proprio male e ben poco lo tocca il pensiero che a morire, per ripristinare il suo onore, sia sua nipote, innocente.

Al di fuori di qualche impalpabile ripensamento, di una lieve partecipazione al peso enorme che sta schiacciando il fratello (”Egli tenta ancora di salvare sua figlia, è comprensibile”, dice ad Ulisse nella Scena II del Secondo Episodio), la voglia di un indefinibile riscatto si impadronisce completamente di lui, rendendolo sordo al dolore che lo circonda, perché troppo occupato a commiserarsi del proprio: “La mia bella sposa è scappata con l’ospite straniero, lasciandomi straziato, e disonorato…ora io devo morire, o recuperare almeno il mio onore…”, Primo Episodio, Scena II). La fiamma della vendetta arde nel suo animo ed è come se vi bruciasse ogni traccia di umanità.

Infatti Menelao giunge ad assecondare la spregiudicatezza di Ulisse a danno dello stesso Agamennone: la lettera scritta dal re di Micene è intercettata dai due e l’audace re di Itaca ne corregge il contenuto, al fine di agevolare lo svolgimento del sacrificio: Menelao, testimone e infine complice, sa soltanto ripulirsi la coscienza con un semplicissimo: ”Ulisse…forse non è il caso…” (Secondo Episodio, Scena II).

Debole con se stesso, egli è succube della ingegnosa perfidia di Ulisse, restando ancora una volta nell’ombra di qualcuno più grande di lui. Accorgendosi infatti del notevole potere offensivo del re di Itaca, gli offre il suo appoggio, cosciente di quanto convenga stare al fianco di simili “prìncipi” piuttosto che scatenare la loro avversione ed ira. In fin dei conti Menelao, benché vicino in termini di parentela ad Agamennone, si confonde con i tanti alla ricerca del proprio interesse, sostanzialmente indifferente a qualsiasi altro sentimento.

La sua meta è Troia, per raggiungere la quale venderebbe anche l’anima: e ciò non gli permette di crearsi ulteriori nemici, al di fuori di…suo fratello, che per altro non sembra mai odiarlo. “Riavere la sua donna è quello che conta. Tutto il resto? Un insignificante contorno, un sassolino che non dà noia nella coscienza”: così Alessandro Fontana riassume il personaggio e così va disponendosi a interpretarlo.

ULISSE (Massimo Morini, V A)

Ulisse, re di Itaca, può essere identificato, nella vicenda, come l’antagonista di Agamennone, poiché è proprio grazie al suo intrigante adoperarsi che verrà celebrato il sacrificio della vergine. Le sue azioni obbediscono ad una cinica ricerca dei propri interessi, politici e personali, e non sono mai frenate dal minimo barlume di sensibilità.

Ulisse ignora completamente gli affetti e la pietà suscitata in molti dalla terribile sorte di Ifigenia: tirandosi al di fuori da ogni possibile coinvolgimento emotivo, riflette sulle ripercussioni positive che potrà avere il gesto, così crudele. Questa mente fredda, calcolatrice, tanto sincera quanto spregiudicata, consente al personaggio di varcare la barriera del tempo e riproporsi agevolmente nella società moderna.

Bisogna dire che Ulisse, per quanto sia negativo, non è ipocrita; egli dichiara e anzi illustra apertamente, più volte, i propri princìpi etico-politici, che non affondano di certo le loro radici nei valori dello spirito, bensì nel cinismo dei Sofisti, i primi maestri, in Occidente, dell’utilitarismo: “…la verità più profonda, quella sola sapienza in cui io credo : l’utile. Collettivo” (Primo Episodio , Scena II).

Egli inoltre, figura cruda nella sua malvagità pratica, possiede una notevole capacità intellettiva: un grande dono, plasmato però dalle sue mani ciniche ed opportuniste. Ed è ciò che fa più paura.

All’interno della tragedia, Ulisse riceve anche la definizione di “perfido giocoliere della parola” : così crede di insultarlo Achille, nella Scena IV del Quinto Episodio. Ma Ulisse stesso individua nella parola il mezzo fondamentale per dare corpo alla propria astuzia ed ottenere ciò che è lecito e ciò che non lo è. Così, il sacrificio di Ifigenia, da immotivato omicidio, o da rito fanatico, diventa per Ulisse “…un bene inevitabile, un oggetto dell’economia politica, la quale funziona da sé” (Primo Episodio, Scena II). Infatti, suggellata la pace con la divinità e ritornati a soffiare i venti propizi per la navigazione, la guerra sarebbe ripresa, così come i commerci e tutte le altre speculazioni legate ad essa. Il popolo, soddisfatto, avrebbe continuato a vivere nel proprio particulare, pensando come si voleva che pensasse, ed il potere regio non sarebbe stato messo in discussione (“Potremo dire di aver fatto tutto per la difesa dell’onore greco, sacrificando il sangue nostro, e dei nostri figli, prima ancora di raggiungere il nemico”, ibid.). Oltre a queste cose, l’occhiuta arguzia di Ulisse mette in evidenza quanto “la religione, una religione, sia utile ad un ordinato funzionamento della vita dei popoli”, ibid.).

Gran parte dei discorsi del re di Itaca appaiono, più che altro, lezioni di politica machiavelliana, messa all’opera da una ragione che non conosce limiti. Nulla sfugge all’intelligenza di Ulisse, simulatore e dissimulatore, pronto a ricorrere ai più vili avvoltoi della guerra pur di costruirsi una immagine vincente, che gli attribuisca onori e gloria: “Ho uomini fedeli che fanno propaganda per noi o comunque spargono un’utile controinformazione“; oppure: “Hanno promesso di immortalarmi e di cantare le glorie di Itaca, in cambio dell’impegno a favorire la guerra , che è il loro pane” (Quinto Episodio, Scena II).

Il suo spirito è sempre pronto a sottolineare la concretezza delle cose. Facilmente comprende che l’onore, considerato come cagione della guerra di Troia, costituisce in realtà una causa marginale; ben più rilevanti sono invece i conflitti tra Greci e Troiani per il predominio sui traffici commerciali: “In futuro quelle commerciali saranno considerate le vere cause della guerra di Troia, e tutto il resto leggenda” (ibid.).

Estremamente cosciente della sua innata capacità di cogliere i nessi tra le cose, Ulisse è solito adottare un tono ironico e sprezzante (“Interessante disputa teologica: ma siamo qui per altro scopo”; oppure: “Agamennone, non Ulisse, è andato a caccia nel bosco di Artemide”, sono battute di sicuro effetto nel contesto del Consiglio dei capi del Primo Episodio). Pertanto, come si nota, il suo atteggiamento superbo e per così dire un po’ snob, indispettisce lo spettatore che, tuttavia, non può fare a meno di provare fascino e stima per i suoi ragionamenti sottili, acuti.

Massimo Morini, lo studente che avrà il non facile compito di fare rivivere il re di Itaca, non rimane insensibile a tutta quella acutezza di ingegno, restando però spiazzato dall’opportunismo incontrollabile del personaggio e dalla sua totale mancanza di umiltà. E spesso le esigenze dell’interpretazione si mostrano come notevoli ostacoli. Dichiara ancora l’attore: “E’ molto difficile interpretare questo Ulisse poiché il suo atteggiamento di primo in ogni cosa è espresso da un tono che segue le esigenze di simulazione e dissimulazione dello spregiudicato re, diventando a volte chiaramente sprezzante, altre volte comunicandosi come più pacato e ironico. Per questo motivo i discorsi del personaggio, già di notevole complessità, richiedono una ulteriore grande abilità di modulazione della voce. Spero di farcela: so che il prof. Civardi ha scommesso su di me”.

L’EROE IDEALE:

ACHILLE (Simone Scarani, V A)

Achille entra in scena nel Terzo Episodio, mettendo subito in luce il furore combattivo, la sua voglia di misurarsi, in forza e coraggio, per qualcosa in cui crede: la vittoria sui Troiani.

Volendo dunque partire a tutti i costi alla volta di Troia, egli vorrebbe spiegazioni da Agamennone sul rinvio della partenza e, imbattutosi in Clitennestra, cerca di congedarsi al più presto in vista di impegni quasi vitali per un uomo che, come lui, è un puro guerriero.

Tuttavia, dialogando con la donna, Achille rimane perplesso su alcuni punti oscuri della situazione di entrambi e si rende conto dell’inganno, preparato per lui e per la povera Clitennestra: “Riflettiamo su questo: né tu né io stiamo mentendo. La prova è lo stupore, vero, di entrambi” (Scena VI). Achille infatti, tutto abbagliato dagli ideali eroici giovanili, dalla voglia di lottare e di mettersi alla prova, non è neppure lontanamente pronto per un matrimonio; dall’altro canto Clitennestra era stata chiamato dallo sposo in Aulide per preparare il matrimonio tra Ifigenia e il Pelide.

Una volta sciolta la matassa dell’intrigo, grazie alle rivelazioni del Coro, il misterioso nodo è al pettine: Ifigenia non avrebbe mai partecipato a gioiose nozze, bensì sarebbe stata la vittima di un crudele sacrificio. Venuto a conoscenza di questo fatto, Achille esplode in un attaccamento davvero sentito per i valori della vita, che egli avverte dentro il suo cuore: e cerca di conservarli e coltivarli più che può con il suo comportamento da “giusto”. Per far sì che la sua coscienza non soffra per una simile ingiustizia egli pretende di offrire il suo aiuto, la sua stessa vita, per salvare la casta fanciulla.

Mette inoltre in gioco la sua posizione, opponendosi al suo stesso comandante, scegliendo però la via della trasparenza e rinunciando ad ulteriori inganni e strategie politiche (“Io ignoro e non sopporto le oscure manovre della politica”: una dichiarazione semplice, ma che funge da chiara opposizione ideologica ai sofismi di Ulisse. Conserva dunque la sua purezza fino in fondo, non pensa a compromessi, dimostra piuttosto l’irruenza tipica dei giovani, talvolta smisurata, ma in questo caso a servizio di una buona causa. Egli rispetta e stima la fanciulla ed è colpito piacevolmente dalla sua forza d’animo; inoltre non vuole imporre le proprie idee, non trovando motivo di interferire nella libertà decisionale di Ifigenia. Soltanto si accontenta di mettersi a sua disposizione, di rivelarle che lui c’è e che può darle tutto il suo appoggio. Il suo orgoglio di combattente si esaurisce in guerra, lasciando posto nella vita, ad una nobiltà e semplicità d’animo che lo renderebbero, anche se utopicamente, il solo degno sposo della vergine Ifigenia.

Simone Scarani ammira questo modello positivo, di giovane idealista e fiero. Achille persegue con convinzione uno stile di vita cavalleresco, che ha sempre il suo fascino, anche oggi. Simone dichiara pertanto di sentirsi onorato di calarsi nei panni di un guerriero tanto forte, quanto gentile e generoso. “Probabilmente – dice – io non sono combattivo come lui, e nemmeno possiedo la sua immagine fisica; tuttavia quando mi pongo un obiettivo smuovo mari e monti per raggiungerlo, proprio come questo Achille”.

BORGHESI, IMPRENDITORI, AVVOLTOI:

PASIFILE (Manuela Conti, IV B)

Nella tragedia incontriamo alcune figure femminili che, per quanto relegate in un ruolo secondario, contribuiscono a dimostrare di che cosa la donna sia capace, nel bene e nel male, anche in una società in cui la morale e il costume la collocano in una posizione subalterna.

Qualunque sia il suo stato sociale, il personaggio femminile resta comunque e sempre un significante privilegiato, tanto più a teatro, di un particolare momento storico e culturale. In questo progetto, l’esempio che meglio incarna il costume di un’epoca che sta cambiando è forse Pasifile, ovvero l’amica di tutti.

Si tratta di una prostituta, in greco pòrna, che intende svolgere, ma imprenditorialmente, con rivoluzionari criteri capitalistici, il mestiere più antico del mondo.

Ella viene vista da tutti come una sorta di immorale parassita della società, ma paradossalmente, nella sua condizione, è libera. Sceglie di esercitare una professione che la mette certamente al servizio dell’uomo, il quale però deve chiedere, e pagare, le sue prestazioni. Per quanto eticamente discutibile, è un personaggio vivace, attivo e spregiudicato; in questo modo, introduce un tocco di allegria nel dramma, come sottolinea Manuela Conti, che ha accettato con il sorriso di interpretare questa delicata parte: “Seppur secondario, il personaggio di Pasifile dà un tocco divertente alla triste vicenda di Ifigenia. Donna intraprendente, a spasso per Aulide con un mercante ed un poeta, compagni in affari, è assai attenta all’aspetto economico della guerra e pronta a sfruttare la naturale necessità di uno “svago” dei soldati. E’ una prostituta: scelta coraggiosa la sua, sintomo di voglia di indipendenza, e di vita. Non a caso, le vengono fatte dire parole che richiameranno il pubblico al dramma di Ifigenia, parole molto serie: Non conviene restare vergini a lungo. Tale condizione attira sentimenti o interessi pericolosi…(Terzo episodio, Scena IV).

All’epoca, come oggi, era facile giudicare, ma in molti ricorrevano alla sua offerta di servizi. Il suo è dunque un lavoro come un altro, tramandato dalla madre, e dalla nonna. Come fare a calarsi nella parte? Basta essere spiritose, usare modi ammiccanti e civettuoli, senza dimenticare la condizione sociale del personaggio, certamente fuori dagli schemi.”

IL MERCANTE ED IL POETA (Nicola Rovati e Oliviero Maggi, II B)

Due figure che non suscitano la nostra approvazione, se non quella teatrale, sono il mercante Pankèrdos, figlio di Oukòllymis, ed il poeta Kerdèidos, figlio di Kerdènnepos. I loro nomi sanno di commedia, in quanto significano, rispettivamente, Colui per il quale tutto è guadagno, figlio di Quello che non va mai in rovina, e Colui che guadagna con il canto, figlio di Quello che cantando guadagna.

Essi fanno la loro apparizione nel terzo episodio con lo scopo di essere ricevuti da Agamennone per sottoporgli alcune proposte che giudicano “assai interessanti”. I due parassiti sono il simbolo del materialismo più gretto e, incuranti dei princìpi e delle conseguenze delle loro azioni, operano esclusivamente in nome del denaro. Non mostrano sentimenti o emozioni di altro genere. Le loro figure costituiscono occasione per un’amara critica nei confronti di quella parte della società umana, di ogni tempo, che ha perso di vista i valori fondamentali della vita. La loro “prostituzione”, a differenza di quella di Pasifile, è molto più condannabile.

Nicola Rovati e Oliviero Maggi, chiamati a interpretare queste due maschere, hanno affermato: “Kerdèidos non incarna certo la figura tipica del poeta, quello che opera per amore del bello; come Pankèrdos, vede nella guerra solo un’occasione di guadagno. Entrambi pensano al tornaconto economico, ignorando o meglio fingendo di ignorare, la morte e la distruzione che sempre accompagnano le guerre.”


DOLONE (Andrea Zavatarelli, II B)

Dolone (ovvero l’ingannatore), spia al soldo di Priamo, appare nella prima scena del quinto episodio, dove si incontra con Menelao e cerca di ottenere notizie più approfondite sul caso Ifigenia. La sua apparizione è breve, ma efficace; egli infatti riesce a mostrare in poche battute le varie sfaccettature del suo carattere, nonché un altro e tristo aspetto dei conflitti politici e militari. Indubbiamente Dolone conosce le proprie capacità e non ha paura di mettersi in gioco; non manca di una buona dose di presunzione, quando si presenta come uno dei migliori agenti segreti sul mercato e nega la possibilità che qualcuno, fosse pure Ulisse, possa ostacolarlo nella sua missione. In realtà, sappiamo da Omero che proprio Ulisse è destinato a catturarlo, a ridicolizzarlo e a ucciderlo (Iliade, X, 338-468).

Dalla sua apparizione emerge anche sottile e pungente ironia. Egli infatti si beffa di Menelao e addirittura lo definisce “infelice e “miserabile” in ogni sua azione, soprattutto come marito, in base alla cinica teoria per la quale “la donna è dell’uomo che sa prendersela, o usarla”: in questo caso, Elena, contesa tra Menelao e Paride, teoricamente resta moglie di Menelao, ma, come sostiene Dolone, Paride è riuscito a prendersela e può vantare su di lei ogni diritto.

Anche Andrea Zavatarelli concorda con quanto detto precedentemente ed afferma: “Mi piace, e trovo interessante questo personaggio, perché è malvagio e contemporaneamente ironico”. Non sa poi che l’autore è ironico, soprattutto, con lui.

LA VOCE DEL POPOLO E DELLA COSCIENZA:

IL CORO

(Francesco Crovace, Anna Gramigna, Pedro Pavesi, classe II B; Andrea Defendi, Alessandra Rossi, Federica Sala, classe IV B; Melissa Valenti, classe V A)

Il Coro, sintesi di sette voci, rappresenta nel suo insieme la vox populi, ossia l’opinione della gente comune, che assiste alla vicenda ai margini del campo militare, o intrufolandosi talvolta in esso. Il Coro commenta le sfuggenti verità con “voce solenne” (come osserva Pedro Pavesi) e quindi autorevole, perché espressione di un sentimento collettivo. Le declamazioni e le movenze ritmiche simboliche del Coro si configurano come elemento fondamentale della tragedia; ben si sa che, per alcuni studiosi dell’antica Grecia, il Coro costituiva il nucleo originario della rappresentazione drammatica. La voce del popolo, impegnato tra ostacoli e rischi nella sua indagine sul vero, è qui molto seria e positiva: le ipocrisie del potere finiranno messe a nudo dalla populi ratio; il sentimento della giustizia, la rivendicazione del diritto alla trasparenza, e anche la legittima curiosità e l’insistenza della gente conquisteranno il palcoscenico, pur non potendo la folla opporsi veramente al corso delle cose. Essa però giudica e ricorda. Come ha affermato Francesco Crovace: “Ci immedesimiamo nella parte della folla, e quindi siamo dalla parte della gente. Questa, solo in apparenza svolge un ruolo secondario, perché ogni vicenda vive o muore per volontà del popolo: è l’opinione pubblica che porta in auge o dà all’oblio, esalta o condanna”.

Qui il Coro costituisce l’anima saggia di Aulide, luogo altrimenti inquietante.

Chiarificatrice è la critica espressa da Alessandra Rossi, Federica Sala e Andrea Defendi, i tre compagni della IV B: “Il Coro, di cui siamo lieti ed orgogliosi di far parte, costituisce l’elemento chiave della rappresentazione, in quanto ha il compito di far riflettere gli spettatori, agendo come una sorta di coscienza parlante. E, come tale, prende parte all’opera con una doppia funzione: come declamatore dei brani lirici degli stasimi e come popolo di Aulide negli episodi recitati”. In quanto voce declamante, il Coro introduce e porge al pubblico gli eventi e chiarisce lo svolgersi della vicenda.

Compare per primo sulla scena, chiamatovi dallo Studente, ed apre l’opera intonando i versi di Lucrezio sul sacrificio di Ifigenia, criticando aspramente la religione e la sua eccessiva influenza sugli uomini. Nel primo stasimo, il Coro rievoca la storia degli antefatti della guerra di Troia e riflette sul destino umano, che sembra manovrato e deciso da ambigue divinità. Intonando invece, nel secondo stasimo, il brano gioioso dell’imeneo, festeggia la lieta (illusoria) notizia delle nozze tra Ifigenia e il valoroso principe Achille.

Il Coro riappare, nel terzo stasimo, dopo che è stato svelato l’inganno delle false nozze e il sacrificio ineluttabile di Ifigenia ad Artemide, incolpando ancora una volta l’obbedienza al volere degli Dèi, che induce Agamennone a immolare sua figlia per la ragion di stato.

Con la sua ultima apparizione, prima di uscire di scena (esodo) il Coro innalza una preghiera, ispirata ad una pagina del Trattato sulla tolleranza di Voltaire, indirizzata ad un nuovo Dio, che soccorra e perdoni l’umanità incline a sbagliare e a commettere assurdi delitti. In quanto popolo di Aulide, il Coro chiede spiegazioni sui continui ritardi della partenza della flotta e vuole essere reso partecipe delle decisioni del Consiglio Supremo, sfidando l’ira di Ulisse.

Interessante è pure l’analisi di Melissa Valenti. “In questo progetto tragico – afferma – il Coro svolge, un ruolo che definirei socialmente utile. Esso infatti:

cattura l’attenzione dello spettatore e lo induce a riflettere sui comportamenti sociali e sulle loro conseguenze. Il sipario si apre proprio mentre i componenti del Coro discutono sul tema centrale: il destino di Ifigenia.

lascia trapelare un sottile rimprovero (“A tal punto gli uomini si lasciarono indurre al male delle loro convinzioni”) verso quella parte di umanità che, abbandonandosi ad istinti selvaggi culturalmente mascherati, cade nella degradazione.

– invita a meditare sui valori fondamentali della vita.

Gli interventi di questo Coro sono da considerare adattabili anche alla nostra società, dove il progresso ed il benessere hanno assopito in molti di noi i sentimenti di umanità e carità cristiana, che dovrebbero qualificare il genere umano. In alcuni momenti della rappresentazione, le sette voci del Coro diventano le voci della gente di Aulide, che si aggira per l’accampamento dei Greci, vorrebbe sapere e partecipare attivamente alle vicende, ma per lo più viene zittita dalla legge del più forte.

E’ l’eterna figura del popolo: quella parte dell’umanità che maggiormente subisce le conseguenze del potere, che sa sopportare e sovente si piega, ma che tuttavia non si arrende e non perde occasione per elevare la propria voce e dire “Anch’io esisto, e perciò voglio essere considerato”. Ritengo molto importante anche l’invito, implicito ma netto, a meditare sul valore della fede, la quale può essere di aiuto nei momenti di sconforto, ma solo nel senso di guida per un’esistenza basata sulla giustizia e sul rispetto di ogni forma di vita. Far parte del coro in questo progetto teatrale mi gratifica perché, senza dover fare interventi plateali, che non si addicono al mio carattere, mi sembra di riuscire a trasmettere qualcosa di utile agli altri.”

Non dimentichiamo infine che, nella tragedia greca, i coreuti, come anche gli attori, erano tutti uomini, poiché ogni attività pubblica (tranne la prostituzione) era vietata alle donne. In questo progetto l’introduzione nel Coro di elementi femminili risulta particolarmente interessante, realistico e vivace. Come ha osservato Anna Gramigna, “le parti declamate dalle sole femmine hanno tono delicato e leggero, quelle dei maschi coincidono con tonalità più cupe e sonore, anche in funzione dei significati”.