ARISTEO

E’ l’antagonista di Orfeo e il personaggio dominante della prima parte del dramma. Giovane pastore arcade, padrone di greggi e di mandrie, appare divorato dalla passione che ha concepito d’un colpo per Euridice, la sposa del poeta Orfeo, da poco venuto ad abitare nella regione. Aristeo non ascolta gli inviti alla moderazione: ha un temperamento ardente ed istintivo, che la sua ragione non sa controllare. E’ figura vicina al dionisiaco, al contrario di Orfeo, che rappresenta invece l’elemento apollineo. Non è, tuttavia, completamente privo di giudizio morale: infatti appare disposto all’espiazione, e china il capo di fronte alla vendetta di Orfeo e dei pastori, sentendo la responsabilità di averne distrutto l’idillico mondo. Quando il poeta lo lascia andare, si allontana disorientato, e scompare dalla storia.

Nei confronti di Orfeo, Aristeo è stato di certo invidioso. Anch’egli si sentiva poeta, senza però capire che la sua poesia, così come il suo eros, si manifestava ad un livello più comune, più basso e volgare. Ciò non toglie che Aristeo sia, proprio per questo, un personaggio molto umano.

MOPSO

E’ un pastore anziano, padrone di un’azienda di 100 pecore e 50 vacche, come lui stesso vorrà rimarcare, vantando la propria capacità di imprenditore. E’ un tipo pratico, che bada soprattutto agli affari e non si rende conto di come gli altri possano non fare altrettanto. I suoi difetti, o meglio le sue tentazioni, sono una certa grettezza e una buona dose di pettegola curiosità. Si dimostra suscettibile, irritandosi quando lo chiamano “vecchio”, ed è inoltre di natura misogina: elementi tutti del comico tradizionale.

Non si può negargli però una dote: il saggio buon senso. Mopso non può comprendere veramente un dramma della passione, quale quello di Aristeo, ma invita con sincerità il giovane a moderarsi, intuendo che ci saranno grossi guai. Infine bisogna dire che Mopso si lascia coinvolgere dalla simpatia di Tirsi e, per ringraziarlo di avergli ritrovato il vitello perduto, tutto allegro lo invita, paternamente, a colazione con sé.

TIRSI

E’ un po’ il tipo del servus currens, comune al teatro plautino e presente lungo tutta la tradizione comica. Giovane garzone alle dipendenze di Aristeo, è sveglio, vivace, spiritoso.Non gli mancano doti poetiche e canterine. Riesce ad entrare nelle grazie di Mopso, che “assume” come padrone (e forse anche un po’ come padre), quando si accorge che Aristeo, distratto dalle furie di Eros, non si occuperà più di lui.

I DUE PASTORI E LA PASTORELLA

Completano il mondo bucolico della prima parte del dramma. Sono figure semplici e realistiche: amici di Orfeo ed Euridice, ne rispettano ed ammirano l’unione, esaltandola e difendendola come fosse motivo di spirituale vanto per tutta la comunità. Si pongono al servizio di Orfeo e gli gettano ai piedi, dopo averlo catturato, Aristeo in catene, incitando il poeta a vendicarsi. Non comprendono come Orfeo possa perdonare l’antagonista, ma accettano la sua decisione.

Anche la giovane pastorella (che svolge il ruolo del nunzio, informando Orfeo della morte di Euridice) mostra la medesima psicologia e la stessa rude moralità degli altri due pastori.

ORFEO

Il protagonista della vicenda è il mitico poeta, figlio stesso di Apollo, dio della luce, o – secondo un’altra versione – della musa Calliope (quella dal bel canto). In ogni caso, Orfeo costituisce il simbolo più antico e più celebre dell’arte e dell’amore, in quanto ne ha conosciuto la universale potenza e, soprattutto, ha creduto in essa. Già cantore degli Argonauti, sfida infatti le tenebre della morte per riavere la sua Euridice, perché – come proclama il coro:

“ senza Euridice, Orfeo non è più niente,

senza Euridice, Orfeo non canta più “. (atto III)

Il miracolo di questa pagana resurrezione non si compie del tutto (a prescindere dalla invenzione scenica da noi adottata). Ma la coppia resterà comunque unita, per sempre e indissolubilmente, nella coscienza universale, poiché l’amore e la poesia si inseguono in eterno, e in eterno si ritrovano, con la bellezza e la bontà.

EURIDICE

Euridice è l’oggetto del desiderio, è più che altro un sogno. Per questo il Poliziano l’aveva lasciata quasi muta, apparizione inafferrabile e sfuggente. Noi abbiamo cercato di darle qualche tratto più preciso: gentile, ma reale. Bella e dolce, essa è la degna sposa di Orfeo, tutta dedita a lui, e coltiva il progetto semplice di una vita tranquilla e serena, tra la gente del paese che li aveva accolti con grande amicizia. Prova orrore della violenza che Aristeo è intenzionato a farle: e per conservare la propria castità, sua luminosa dote, va incontro alla morte nella Selva Mala. In quel momento, Euridice è la Gloria e la Bellezza: cose che invano Aristeo vorrebbe afferrare, e che non sa – suo malgrado – se non distruggere.

PLUTONE E PROSERPINA

La solenne e terribile coppia, sovrana degli Inferi, è qui rappresentata in due tempi e in due modi diversi. Dapprima essa appare come una qualsiasi coppia di coniugi, litigiosi e ridicoli: lei annoiata, frustrata e scontenta, lui nervoso e indifferente. Solo in un secondo momento, Pluto e Pina riescono a ricomporsi, ritrovando, almeno in parte, la dignità degli antichi dèi. Ciò accade quando vengono a conoscenza dell’umanità, che si rivela a loro nelle sue manifestazioni più alte (l’amore, la poesia), proprio grazie all’incontro con Orfeo disceso tra le ombre. Dinanzi alla dolce fermezza di Orfeo, Proserpina ricorda, con evidente nostalgia, il suo stesso rapimento da parte di Plutone innamorato, scoprendo che l’amore è padrone comune di uomini e dèi. Le due coppie – Plutone e Proserpina, Orfeo ed Euridice – si trovano così a confronto, e si lasciano scambiandosi reciproci doni: quelli concedono ai secondi una possibilità di immortalità, questi lasciano ai primi il segno appassionato della loro condizione umana.

MINOSSE

Non ha nulla del leggendario sovrano di Creta, chiamato dal dio Ades (cioè Plutone) a fare il giudice dei morti. Questo Minosse è piuttosto un maggiordomo, condannato a servire per sempre i propri capricciosi signori. Del giudice, egli conserva l’aspetto più superficiale: è pignolo, e preoccupato per il rispetto delle regole. Peggio del suo re, non ama le eccezioni né mai le farebbe. Bisogna tuttavia riconoscere la verità della sua profezia: “L’uomo si può forse consolare di una sola morte. Ma come consolarsi di morire due volte?” (atto V)

MERCURIO

Essere bizzarro, fa da “ponte tra due mondi”, come egli stesso proclama congedandosi dal pubblico, e per questo presenta tratti sia divini sia umani. La sua carica di simpatia ci fa dimenticare che Mercurio appariva in occasione della morte, per condurre l’anima del defunto agli Inferi. Nel triste ruolo di psicopompo, evocato proletticamente dai Narratori, lo si vede in effetti all’inizio del III atto, quando si presenta ad Euridice, e le comunica con sincera pietà che “gli dispiace privare la luce della sua luce!”

IL DIO AMORE

Non presenta le ormai stereotipate caratteristiche del greco Eros o del romano Cupìdo. E’ invece un alter ego di Orfeo, quasi il suo doppio, o meglio la sua coscienza, il suo ridestato coraggio di argonauta della vita e della morte. Alla fine della storia, il dio si dichiara signore dell’arte, poiché anche l’arte è amore; ed in nome di tale signoria, si permette di modificare la rappresentazione in corso del mito, nel senso di un happy end , che certo viene incontro alle attese degli spettatori: ma a questa nuova conclusione sarà necessario dare anche un significato più profondo e simbolico. In ogni caso, Amore svolge qui il ruolo dell’antico deus ex machina, sciogliendo il nodo della trama.

IL CORO

Il coro è il nucleo originario del dramma greco classico. Esso poteva dialogare con gli attori durante lo svolgersi degli episodi; inoltre aveva il compito di interpretare e commentare la vicenda, in occasione di specifiche sospensioni della medesima, dette stasimi. Nella nostra rappresentazione, il ruolo del coro è attenuato, ma non insignificante.

C’è una pàrodo, ovvero un ingresso dei coreuti, che presentano la figura di Orfeo, vate degli Argonauti, declamando alcune celebri strofe neoclassiche. C’è poi una serie di interventi, nei quali il coro si fa voce della coscienza dei personaggi, ripetendo il ritornello – ora lieto ora triste – dei loro pensieri, o sottolineando un leit motiv particolarmente intenso. Al coro spetta anche una sorta di ésodo, ossia di conclusione (pur senza l’uscita materiale dalla scena): in tale momento, verrà evocato per l’ultima volta il mondo del mito e ci si congederà da esso, salutandolo con i versi leopardiani della canzone Alla Primavera o delle favole antiche:

“Vissero i fiori e l’erbe.

Vissero i boschi un dì …” (Epilogo)

Accanto al coro cantillante, ed anzi in alternanza con esso, c’è un coro danzante, tutto femminile, protagonista di alcuni momenti coreografici, atti a visualizzare sulla scena atmosfere importanti della vicenda, ora serene e luminose ora concitate o tragiche.

I PRESENTATORI E I NARRATORI

Sono altre due coppie, che già di per sé moltiplicano l’effetto coppia, evocato dalla storia di Orfeo ed Euridice. I due presentatori vogliono porsi come un segno di continuità con la recente tradizione “teatrale” del nostro liceo. Si tratta infatti di uno studente e di una studentessa che avevano partecipato alla rappresentazione dello scorso anno scolastico (L’Amore universale), e che ora consegnano il testimone al nuovo gruppo drammaturgico, in particolare ai due narratori. Questi ricevono da loro il compito di “entrare” nella favola e di contribuire a raccontarla al pubblico dal di dentro …

L’impegno dei due narratori è notevole: esso va dal sostegno narrativo alla riflessione, dalla introduzione al suggerimento, fino alla recitazione vera e propria ( come nel brano lirico de L’usignolo, dove i narratori danno voce a una ermeneutica del mito orfico, dedicando e indirizzando i versi a Orfeo in scena).